L’esempio Monaco con i semafori senza accattoni

Eravamo almeno cinquemila i milanisti a Monaco di Baviera. Certo non tutti milanesi e forse neppure la maggioranza, ma sicuramente una buona parte. Sorvoliamo, per non apparire faziosi, sulla lezione di bel tifo preventivo, rumoroso ma gioiosamente civile data dall'una e dall'altra parte, fuori dallo stadio, nelle strade di quella elegante e accogliente città: uno spettacolo che è servito a rimediare ad altre recenti vergogne. Soffermiamoci invece su quello che abbiamo visto nelle strade di Monaco. Anzi, che non abbiamo visto. Non abbiamo visto bambini accattoni ai semafori e nella metropolitana. Non abbiamo visto donne rom chiedere «qualcosa per mangiare». Non abbiamo visto gruppi di magrebini apparentemente sfaccendati ciondolare sui marciapiedi. Non abbiamo visto centro-africani vendere impunemente borse, occhiali e cinture autenticamente falsi. Non abbiamo visto le facciate di quei bei palazzi deturpati dai writer. E non si può certo dire che nella capitale bavarese non ci si siano immigrati o giovani sedicenti alternativi. Ma allora perché loro riescono a preservare un decoro che noi abbiamo perso? Giriamo la domanda per competenza al questore, al prefetto, al ministro dell'interno e al sindaco. D'altra parte a Monaco non abbiamo visto neppure auto e moto affastellate sui marciapiedi o biciclette circolare contromano e zig-zagare fra i pedoni (avendo a disposizione decine di chilometri di piste ciclabili rigorosamente rispettate). La capitale bavarese ha una popolazione uguale a quella di Milano - anche se è circondata da boschi mentre noi siamo al centro di un agglomerato metropolitano di almeno 4 milioni di abitanti e anche se Monaco ha un'aria più dolcemente provinciale, meno cosmopolita e frenetica. Ma la domanda resta: come fanno?