L’«esercito» che attacca le piante

La cerambice, dall’Oriente, sta invadendo il parco

«Ne va della vita di interi boschi. È un’autentica emergenza ambientale». Il grido d’allarme viene dal Parco del Ticino, dove un insetto da alcuni mesi si sta letteralmente mangiando gli alberi di una delle oasi più belle della Lombardia. Grande poco più di una moneta, la cerambice (per gli esperti «Anoplophora chinensis») si riconosce dalle macchie bianche sul dorso e le lunghe antenne. Si era già fatta notare in diciotto comuni tra Abbiategrasso e Varese, prima dell’attacco sferrato al Ticino. Gli esemplari adulti escono dai tronchi facendo un foro circolare e poi rosicchiano corteccia e germogli. Le femmine depongono le uova proprio nella corteccia. Sono necessari uno o due anni per completare la crescita delle larve. Intanto, il fusto che hanno intaccato lentamente si sbriciola o marcisce. Venti specie di alberi sono nel mirino della cerambice, soprattutto faggi e betulle, ma non sfuggono alla sua voracità nemmeno alcune tipologie da frutta.
Anche in questo caso, non si ha a che fare con specie autoctone. L’animaletto volante è infatti originario del lontano Sudest asiatico e la sua prima apparizione in Lombardia risale al 2001. Ora nel Ticino si è corso ai ripari per scongiurare il disastro. Fabrizio Fracassi, consigliere del Parco, parla di «squadre di ispettori che controllano gli spostamenti dell’insetto». Sono stati predisposti persino dei centralini a disposizione di chi si imbatte nei danni provocati dell’«alien dagli occhi a madorla», come lo ha ribattezzato la Coldiretti di Milano e Lodi. Occhio, quindi, ai fori lasciati sulle cortecce e ai cumuli di segatura alla base delle piante. I numeri da comporre sono lo 0331.662911 (Parco del Ticino) e lo 031.320502 (Regione). A breve si terranno incontri per informare la cittadinanza, mentre i fusti infetti andranno abbattuti e il legname proveniente dall’estremo oriente distrutto.
Ma non è finita. Le altre minacce in miniatura si chiamano diabrotica del Nord America, che distrugge le filiere di mais, e il «Verme soldato», definito così per via della testolina verdebruno che ricorda un elemetto militare. Migliaia di loro l’estate scorsa hanno raso al suolo l’80 per cento dei 40 ettari di sorgo messi a coltura tra Milano e Lodi.