L’esercito dei «mi manda papà» È dura fare il figlio del campione

Jordi Cruijff non volle mai il cognome sulla maglia; l’unico figlio maschio di Pelé è finito in galera

Claudio De Carli

«Quando hai in casa un padre campione - ha detto un giorno Sandrino, figlio di Valentino Mazzola capitano del Grande Torino -, nessuno ti costringe a giocare al calcio ai suoi livelli: se lo vuoi fare è perché sei tu a sceglierlo, perché te lo senti dentro. Anche se devi fare i conti con il Dna, che esiste, non c’è dubbio. È una capacità psicomotoria che ti porti dietro. Nasce quando tuo padre ti butta la palla tra i piedi. Tu segui le sue orme, lo scimmiotti, lo vedi correre e lo imiti. A me successe così». E Alessandro Mazzola non ha sbagliato strada, non esattamente così per il fratello Ferruccio, meno talentuoso, ma comunque calciatore da serie A, non da campetti.
C’è da capirlo, è già un debito partire con il padre-mito, se poi ci aggiungi anche un fratello più grande che appena maggiorenne diventa il Baffo dell’Inter euromondiale e poi sfida Pelé all’Azteca, allora ci potresti restare secco. Quasi come Edson Cholbi Nascimento detto Edinho, uno dei sei figli ufficiali di O’Rey, l’unico maschio. Il massimo o il minimo della vita, dipende. «Tu ci metti i soldi, io il nome di papà», ci sono delle registrazioni che incastrano Edinho mentre tratta con Marcelo Trindade, braccio destro di Ronaldo Barsotti de Freitas detto Naldinho, supposto capo del traffico di droga nella Baixada santista. Edinho faceva il portiere nel Santos, la squadra di papà, il giorno del debutto si è presentato O’Rey a pubblicizzare un suo nuovo film e il ragazzo non se lo è più filato nessuno, superignorato. È finito in carcere, ha avuto anche lui il suo momento di gloria, ma sporca, e Pelé ha pianto davanti alle telecamere: «Lavoravo troppo, non ho visto cosa succedeva in famiglia». In Brasile, dove se c’è da picchiare duro ci sono eserciti pronti all’uso, dicono che nonno Dondinho fosse un calciatore mediocre come il nipote portiere.
Anche con Jordi Cruijff il Dna non si è comportato bene. Il ragazzo è andato subito in terapia, ha cambiato il suo cognome in Cruyff e non si è mai azzardato a farlo incidere sulla maglietta, troppo pesante da portare e lui già era lento di suo. Ha giocato nel Barça come papà, ha vinto un campionato con il Manchester United giocando pochissimo e a 31 anni si è ritrovato disoccupato. Adesso si guadagna il pane con l’8 sulla schiena nell’Fc Metalurh Donetsk, club ucraino al 182° posto dell’attuale ranking Uefa.
Qui da noi è tristissima la storia di Diego Armando Maradona Junior, il clone. Talmente uguale al padre da rendere inutile qualsiasi esame del famigerato Dna. Figlio napoletano di Cristina Sinagra e del Pibe de Oro, Dieghito forse non voleva altro che una carezza, non chiedeva neppure di essere riconosciuto fratello di Dalmita e Gianina. Poi un giorno, stanco delle continue diffamazioni, ha deciso di denunciare il padre che aveva dichiarato: «Lui non sarà mai mio figlio». Dicono che lo abbia fatto per soldi, ma anche per rivedere il padre, fosse solo in un’aula di tribunale.
Ma qualche storia è anche bella: Cudicini, Oddo, Maldini, De Rossi, Materazzi, Conti, Antonelli, Colomba, Bettega, Graziani, Pazzagli, Mandorlini, tutti bravi, qualcuno anche più del padre. C’è Davide Ancelotti nella Beretti del Milan, anche il ct Donadoni ha l’erede, si chiama Andrea e gioca nella Pro Sesto. Ci sono anche implicazioni internazionali che ci toccano da vicino con risultati che conosciamo bene, Sebastian Veron pare sia meglio del padre, pure lui ex Estudiantes; stessa storia per David Trezeguet e Gonzalo Higuain, diciottenne nuovo astro argentino tutelato dal padre Jorge, ex stella che ha giocato anche in Francia. Proprio lì è nato Gonzalo, cittadino francese a tutti gli effetti, ma ora nuovo dispensatore di miracoli nel River Plate di Buenos Aires: siamo tutti in attesa della dichiarazione di Maradona che da un momento all’altro lo proclamerà suo unico erede, probabili controindicazioni la maglia del River e un vero figlio a cui è negata la medesima sorte.
Storie di calcio, come quella del mitico figlio di Sandro Mazzola. Erano gli anni Ottanta, più o meno, e prima della canonica partita di campionato giocavano i Pulcini. I tifosi andavano a San Siro e qualsiasi ragazzino biondo con la maglia dell’Inter che corresse dietro al pallone era per tutti il figlio di Mazzola: è lui, guarda, gli assomiglia anche quando stoppa di petto. Se ce ne erano due di biondi, si poteva anche litigare. Non aveva un nome preciso, si chiamava il figlio di Sandro Mazzola.