L’esercito delle donne ribelli armato soltanto di parole

Giornaliste e scrittrici, fanno paura a governi e estremisti. Che usano ogni mezzo per fermarle

May Shidiak la morte l’ha schivata per un soffio e nessuno sa spiegarsi come. Aveva 250 grammi di esplosivo piazzato sotto il sedile del suo fuoristrada, appena ha messo in moto è saltato tutto per aria. Di religione cristiana, conduceva il tg della tv libanese, non aveva mai risparmiato critiche alla Siria. Ha salvato la vita, ma braccio e gamba sinistra non ci sono più. Anche Veronica Guerin era appena salita in macchina, ma i due killer in motocicletta che si sono avvicinati al suo finestrino non hanno avuto pietà. Sei pallottole, una più precisa dell’altra. Irlandese, cronista di punta del Sunday Independent, indagava sul narcotraffico. Aveva un figlio, ma paura di niente e di nessuno. Raiedah Mohammed Wageh Wazan invece l’hanno ritrovata a Mosul, Irak, dentro un fosso, con un colpo di pistola alla testa. Lavorava per una tv locale, gli studi erano stati attaccati una settimana prima dai terroristi islamici e lei rapita. La sua colpa: aver osato intervistare, lei donna, i guerriglieri in prigione. Quando c’è da combattere il potere in prima fila ci sono sempre loro, le donne: giornaliste o scrittrici, a pagare sulla propria pelle il prezzo della libertà.
Ognuna paga il suo. Ayaan Hirsi Ali, somala, musulmana, autrice di Non sottomessa, vive sotto scorta in Olanda, in un posto sconosciuto: ma una fatwa a morte non le ha mai impedito di battersi per la liberare le donne dall’Islam. Azar Nafisi, iraniana, autrice di Lolita a Teheran, ha combattuto con la censura khomeinista per insegnare ai suoi studenti letteratura occidentale. Poi non le è rimasto che rifugiarsi negli Usa. Anche Leila Marouan, nel pieno della guerra civile algerina scelse l’esilio dopo essere stata brutalmente aggredita, e Taslima Nasrin, premio Unesco 2004, fuggì dal Bangladesh, dopo aver scritto un libro, Vergogna, che sfidava le tradizioni indù. Perseguitata per diffamazione Lydia Cacho Ribeiro in Messico, in galera a Cuba per le suo opinioni Marta Beatriz Roque. Meglio, per ora è andata, alla giornalista turca Elif Shafak prosciolta a Istanbul dall’accusa di avere offeso l’identità turca per aver definito macellaio chi partecipò al massacro armeno. Via dall’inferno anche Rania Al-Baz, bellissima anchorwoman della tv saudita, sfigurata dal marito nel nome di Allah. Tredici fratture al viso. Ma non ha mai abbassato la testa.