L’esercito di Franceschiello

I generali dell'Unione dovrebbero esaminare a Caserta, sotto la regia del supposto comandante in capo Romano Prodi, le scadenze di coalizione e governo. In realtà, come in tutti gli eserciti in ritirata e a rischio di sbandamento, i condottieri dell'armata prodiana hanno preso posizione anticipando lo stato maggiore. Sbandato tra gli sbandati, Piero Fassino ha guidato una carica di cavalleria «riformista» contro il quartiere generale. Respinto dai «Ma va’ là. Chi credi di essere? Nicola Rossi?», è ora in ginocchio a chiedere pietà.
Gli altri strateghi si stanno posizionando con più perizia. Franco Marini ha occupato il territorio del «partito democratico». «L'unico sbocco possibile», ha detto. Giuliano Amato ha aperto un dialogo vero con l'opposizione, con una proposta di convenzione sulla riforma elettorale che parte dal riconoscimento del ruolo di capo dell'opposizione di Silvio Berlusconi. Cosa naturale in qualsiasi normale democrazia. Eccezionale nella selvaggia Italia. Massimo D'Alema lancia segnali alla sinistra radicale, parlando di collegamento tra obiettivi e rapporti di forza. Colpisce nelle parole di questi tre come segnalino più posizionamenti che vere proposte operative. Fanno intendere un «io sono qui» piuttosto che un vero «si dovrebbe fare così». I politici di razza si comportano in tal modo solo quando considerano esaurita una fase. Ci si «posiziona» per il dopo. Simile constatazione è suggerita anche dalle mosse di un Arturo Parisi sempre più disperato: non vede più crescere il movimento che sosteneva la sua idea di partito democratico e avverte come il suo capo sia sempre più incapace di leadership. L'arrendersi di Parisi a Marini, l'attaccarsi alle idee di Amato, la fine delle ostilità con il nemico di sempre, D'Alema, segnalano come il grande propulsore del prodismo sia sperso e senza idee. Sbandato.
Walter Veltroni, il più grande avvoltoio della politica italiana (d'intesa con il più grande avvoltoio della finanza: Carlo De Benedetti) sente la puzza di cadavere del governo Prodi, e ha iniziato una sorta di giro nazionale di primarie personali per sostituirlo. L'altro bel giovane della politica italiana, Francesco Rutelli, non ha deciso con chi giocare la prossima partita: se con il piccolo establishment, raggruppato intorno a Luca Cordero di Montezemolo (che però le ultime fiches, tramontato Mario Monti, sembra puntarle su Amato) o con De Benedetti: scontando che in questo caso sarà dietro a Veltroni. Cosa che fa rodere il ministro dei Beni culturali in carica. Se sceglierà il piccolo establishment, alla fine sarà Rutelli quello che farà materialmente scivolare verso la crisi il governo. Poi cercherà di aprire un nuovo scenario al centro dello schieramento italiano. Impresa che al momento sembra superiore alle sue forze.
Infine resta lui. Il generalissimo Prodi. Tutte le sue fortune si giocano sull'impaludamento della politica italiana: che non succeda niente perché le alternative sono difficili, perché Rifondazione continua a essere determinante e così via. Avrete notato come Prodi abbia messo un po' in soffitta la stessa idea del partito democratico, scelta che comunque renderebbe dinamica la politica italiana. E come l'attuale premier riempirà questo grande niente che si appresta a gestire? Nel solo modo in cui è capace di agire un ex presidente dell'Iri (la vera qualificazione di Prodi): manipolando equilibri in banche, tlc, autostrade e così via.
Insomma sembra di essere di fronte a un esercito di Franceschiello. D'altra parte - come osserva il mio amico Andrea Marcenaro - se no, perché si riunirebbero a Caserta?