L’esercito genovese tra i 200mila di «Liga»

Erika Falone

«Siamo qui, già le quattro e siamo qui...» continua a risuonare nella mia testa. D'accordo, non sono proprio le quattro. Sono le nove di mattina. Ma i «finestrini socchiusi su strade indifese…» sono proprio quelli. Direzione Reggio Emilia, Campo volo. Per non mancare al concerto dell'anno. Luciano - Ligabue - sta per tornare a calcare le scene. E questo momento io e gli altri 199mila che i telegiornali prevedono da giorni, non vogliamo proprio perderlo. Arrivare a Reggio è uno gioco da bambini. In due ore, compresa una piccola pausa in autogrill, ci siamo. Ma prima del casello inizia la coda. La prima di una lunga, lunghissima giornata. Siamo dentro alla musica, già dentro al concerto. Dalle macchine ferme vicino alla nostra è tutto un levarsi di voci. Chi ha l'ultimo album, chi canta canzoni meno conosciute. Solo un nome risuona all'infinito sulle tre corsie di asfalto: Luciano. Al casello decine di volontari distribuiscono una cartina per arrivare alla zona del concerto. Armati si buona volontà riusciamo a parcheggiare. Da buoni genovesi non in uno dei parcheggi a pagamento predisposti per l'occasione. I 34 euro e passa per il biglietto, la benzina e l'autostrada bastano e avanzano, anche se si tratta di Liga.
È l'una. Campo Volo è una distesa infinita di braccia, gambe, teste. Un mare di persone, accampate. Chi gioca a carte, chi prende il sole, chi legge un libro. A fatica riusciamo a ritaglirci un posto in questa specie di puzzle umano. Lo spazio vitale è ridotto al minimo. Dicono che il bello sia questo. Sarà, ma inizio a non esserne più tanto convinta. Soprattutto dopo le prime due ore. Sono solo le quattro e mi sembra di non poterne più. Sul palco un deejay cerca di organizzare la discoteca rock più grande del mondo, mentre alcuni si alzano in piedi per ballare. Il Tempo si è dilatato. Le ore, i minuti sono lentissimi, esasperati. Alle 19 Edoardo Bennato sale sul palco. Resto senza fiato: sono in un mare di gente. Ci sono solo teste in tutto lo spazio che il mio sguardo riesce ad abbracciare. Siamo davvero in tanti. È la volta di Elisa. L'ora x si sta avvicinando e qualcuno solleva il coro «Luciano, Luciano», coprendo la voce della cantante .
Siamo tutti in trepidazione. Tutti sconosciuti, tutti così vicini in questro momento. La tensione è alle stelle. Sono i cinque minuti più lunghi della mia vita. Il cuore batte forte. E poi, eccolo. Cioè, non è che io lo abbia proprio visto, ma tutti urlano e saltano, Deve essere arrivato sul palco. Lui è lì, in qualche modo lo sento. «Il giorno dei giorni» è la prima mentre sui megaschermi una ripresa dal satellite indica dove siamo in questo momento. Il tempo si è fermato e tutto il mondo girerà intorno a noi nelle prossime tre ore. Intorno a Campo Volo. Le canzoni vibrano nell'aria una dietro l'altra, mentre il Liga «salta» da un palco all'altro (erano quattro in tutto), facendoci sentire al centro dello spettacolo.
Dopo i fuochi d'artificio che per un istante lasciano i 200mila senza parole, creando un secondo di silenzio da brivido, Luciano conclude con «Urlando contro il cielo». È una distesa di mani al cielo. È un mare di sentimenti che, quelle mani, portano verso il cielo. Ognuno ha il suo buon motivo per urlare. E lo stiamo facendo adesso, qui, tutti insieme.
Sulle note di «Leggero» è un Luciano provato dalla fatica quello che ci saluta, ringraziandoci. Alcuni stanno già lasciando l'area del concerto. Poco dopo, quando tutti usciamo, o meglio proviamo ad uscire, capisco perché.
Due ore per arrivare al parcheggio, a piedi. Altre due per uscire da Reggio in coda muovendosi a passo d'uomo quando va bene o stando fermi, a motore spento per interminabili minuti. Più di tre per arrivare a casa. Genova sembra un miraggio. Ho guidato mentre i miei compagni di viaggio, seduti dietro, dormivano, stremati. Solo uno - di buon cuore - è rimasto seduto accanto me per tenermi compagnia. E per tenermi sveglia. «Siamo qui, già le quattro e siamo qui...», risuona nella mia testa . Peccato che le quattro siano passate già da un bel po'. Sono le nove meno un quarto. Genova - Reggio - Genova in ventiquattr’ore tonde. Mentre la città si sveglia lentamente nella mattina di domenica, mi trascino con altrettanta flemma verso il divano, il primo spazio utile per sdraiarmi che incontro entrando in casa. Chiudo gli occhi pensando che quando uscirà il live del concerto, fra quelle voci che cantano, ci sarà anche la mia. In qualche modo ci siamo conquistati un posto nella storia. Luciano, i duecentomila. E io.