Per l’esercito del «global warming» tira una brutta aria

Caro Granzotto, senza entrare nel merito della questione, dopo quel che s’è saputo circa le manovre e gli imbrogli miranti ad affermare l’idea che l’atmosfera si stia surriscaldando, possiamo sperare che i governi, compreso il nostro, rivedano gli onerosi impegni economici presi sottoscrivendo il Protocollo di Kyoto?
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Probabilmente sì, ma nel caso procederanno zitti zitti e quatti quatti per non urtare la suscettibilità di quella parte dell’opinione pubblica che seguita a bersi le fandonie del terrorismo ambientalista. Resterà l’impegno per cercar di ridurre l’inquinamento (e, si spera, non a botte di domeniche del pedone, acqua fresca), ma la madre di tutte le battaglie politicamente corrette, quella per scongiurare a suon di centinaia di miliardi di dollari la sedicente desertificazione del pianeta, per nostra fortuna non avrà luogo. Sventura ambientalista vuole che il più svelto a deporre le armi sia stato proprio colui nel quale la cricca del global warming faceva maggior affidamento, Barack Obama. Ma non serviva certo il climategate per dissuadere la Cina e l’India dal procedere, essendo quei pezzi da novanta da sempre insensibili al fascino catastrofista di un Al Gore e del suo socio in Nobel, Rajendra Pachauri. Due che più iellati non si può, perché proprio nel momento del loro massimo sforzo per imporre la balla del riscaldamento globale, la natura gli si è messa di traverso sfornando uno degli inverni che più invernali non si poteva. Con la temperatura è anche calata sensibilmente la militanza «no carbon», già falciata dallo scandalo dei dati climatici taroccati e dalla ammissione del Pachauri che nell’ultimo rapporto targato Onu - la bibbia dei catastrofisti - ci sono una infinità di inesattezze, patacche e esagerazioni. E così, stando a una ricerca della (autorevole) Yale University solo il cinquanta per cento degli americani crede ancora che la Terra si stia abbrustolendo. Contro i due terzi dell’anno scorso. Anche l’Eurobarometer, l’organismo comunitario incaricato di sondare gli atteggiamenti e le valutazioni dei cittadini europei su alcuni temi di ampio interesse generale, ammette (autorevolmente) che la massa dei cittadini europei che indicavano nel riscaldamento globale il problema dei problemi è precipitata dal 62 al 47 per cento. Gl’italiani, gente che non ama farsi infinocchiare, sono poi in testa all’elenco degli scettici: ormai solo il 30 per cento crede alle frottole di Al Gore.
Insomma, caro Ascione, le cose stanno mettendosi bene: il re è nudo e non è un bel vedere. Ma che la partita non sia ancora chiusa lo dimostra proprio l’autore dell’articoletto della Repubblica dal quale ho tratto le informazioni sopra riportate. Dopo aver correttamente dato conto dei sondaggi della Yale University e dell’Eurobarometer, da buon repubblicones quella capatosta di Alex Saragosa scrive: «Purtroppo, però, il riscaldamento globale continua a manifestarsi». Ohibò, e chi lo dice? Il Goddard Institute della Nasa, secondo il quale «il decennio appena terminato è stato il più caldo da quando sono stati inventati i termometri». Ma dimmi tu! Primo: il Goddard è noto - ed è stato preso più volte in castagna - per sparare cifre e dati «alla sanfason». Secondo: è da ingenui, diciamo così, credere che nel Settecento (invenzione del termometro) e nei secoli a seguire si monitorassero le temperature di oceani e terre emerse dell’intero pianeta. Il rilevamento con sistemi scientifici e capillari della temperatura media è cosa di una ventina d’anni fa. Terzo: Phil Jones, a capo del Cru, il Climatic Research Center, ritenuto la Corte di Cassazione per ciò che riguarda il clima, ha dovuto ammettere che «dal 1995 non c’è traccia di un aumento significativo delle temperature globali». Serve altro?