L’esercito libanese nel Sud ma Hezbollah non disarma

I miliziani nascondono le armi e i soldati non intendono sequestrarle. Prematuro il ritiro d’Israele

da Gerusalemme

L'esercito libanese calpesta per la prima volta in vent'anni il territorio a sud del fiume Litani e annuncia il ritorno dell'autorità di Beirut sui martoriati territori del sud. «Entro 24 ore ci schiereremo lungo tutta la frontiera», promette il generale Charles Shikhani, comandante dei 2.500 soldati libanesi presenti da ieri mattina nella città cristiana di Marjayoun, sette chilometri a nord del confine israeliano. Due aerei di linea atterrano intanto a Beirut segnando la fine del blocco israeliano imposto 35 giorni fa.
Ma la normalità è lontana. E l'esercito israeliano, pur continuando il ritiro, continua a dubitare che lo schieramento dei 15mila soldati libanesi possa metter fine alla presenza di Hezbollah. I segnali di un disarmo in stile libanese sono molti. Forse troppi. I primi a farlo notare sono gli abitanti di Metullah, l'avamposto israeliano dieci chilometri a sud del Litani. Da ieri rivedono la bandiera gialla di Hezbollah sventolare sui villaggi oltre la frontiera. Ma le contraddizioni più evidenti e preoccupanti emergono sul fronte politico di Beirut. «Ci sarà un solo stato, un solo potere esecutivo, non esisteranno più zone proibite per l'esercito e non vi sarà più una doppia autorità», prometteva mercoledì il premier Fuad Siniora subito dopo il via libera del governo al dispiegamento dell'esercito nel sud. Le dichiarazioni del presidente Emile Lahud pronunciate mentre l'esercito varca il Litani, fanno capire esattamente l'opposto. «È una vergogna - ripete Lahud - chiedere il disarmo dell'unica forza del mondo arabo capace di contrapporsi ad Israele». Dichiarazioni perfettamente in linea con quelle del segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, che definisce immorale la consegna delle armi. La posizione del presidente non è di per sé una novità. Sospettato di aver partecipato al complotto per l'uccisione di Rafik Hariri, Emile Lahud è da sempre un presidente al servizio di Damasco. La sua esplicita e decisa presa di posizione contro il premier segnala però la rinascita della fazione siriana e la sua volontà di imporre le proprie regole all'esecutivo.
La sfida del presidente libanese ha, dal punto di vista istituzionale, un significato che va ben al di là delle parole. Il suo ruolo di comandante supremo delle forze armate riconosciutogli dalla Costituzione gli consente di annullare tutti gli ordini dell'esecutivo. Compresi quelli sul disarmo. Il controllo della Siria sull'establishment militare non si ferma qui. Il generale cristiano Michel Suleiman, attuale capo dell'esercito, è un altro fedelissimo di Damasco designato, a suo tempo, da Jubran Koreyah, potentissimo portavoce del defunto presidente Hafez Assad. Ammiratore ed estimatore del Partito di Dio, Suleiman ha spesso definito Hezbollah «la miglior arma intelligente» contro Israele. La presenza del capo di stato maggiore druso Shawki Masri, fedele in teoria a Walid Jumblatt, è resa assolutamente ininfluente da una costituzione che gli impone di realizzare le direttive di Suleiman e Lahud.
Molti dunque si chiedono chi imporrà ai fantaccini libanesi di disarmare i guerriglieri sciiti. Secondo fonti militari israeliane tutto è già pronto per la realizzazione dell'accordo segreto per un «dispiegamento senza disarmo» imposto dai ministri filo siriani a Fuad Siniora. Le milizie di Hezbollah sono, da ieri, scomparse dal sud del Libano. I guerriglieri hanno svestito le divise e riposto le armi nei bunker sotterranei. Una situazione perfetta per giustificare la mancata requisizione di armi invisibili e introvabili. A dimostrare l'egemonia di Hezbollah bastano, per ora, le bandiere gialle della guerriglia e le immagini di Hassan Nasrallah tornate a tappezzare le case dei villaggi libanesi prospicienti Metullah. Un totale ritiro dell'esercito israeliano in questa situazione sembra assolutamente prematuro. «Quanto prima avverrà tanto meglio sarà», promette da New York il vice premier Shimon Peres. I portavoce militari più informati sulla situazione sul terreno si limitano a far notare che la presenza delle truppe si prolungherà fino a quando non sarà possibile «il trasferimento di responsabilità al governo libanese e alle forze Onu».