L’esercito scioglie il parlamento «Egiziani alle urne fra sei mesi»

Il CairoL’esercito egiziano ha sciolto il Parlamento e annunciato elezioni fra sei mesi. Al Cairo, i militari sono al potere da venerdì, quando il rais Hosni Mubarak si è dimesso dopo 18 giorni di proteste. La transizione nel Paese inizia con una dichiarazione a punti del Consiglio supremo delle Forze armate, l’organo che da oggi deve guidare l’Egitto e occuparsi di negoziare con i movimenti della piazza. I primi passi dell’esercito non mettono però d’accordo l’opposizione. Per il capo del partito al Ghad, Ayman Nour, ex rivale di Mubarak alle elezioni del 2005, la dichiarazione dei militari rappresenta «una vittoria». L’ex Nobel per la Pace, Mohammed Elbaradei, alla testa dell’Associazione nazionale per il cambiamento, vuole invece che i soldati condividano il potere con i civili. Sei mesi - ha detto George Ishak, uno dei leader del movimento - non sono abbastanza per preparare le elezioni. «Non c’è fretta», ha detto.
A guidare questo periodo di transizione, spiega il comunicato dell’esercito, sarà il ministro della Difesa, Mohammed Hussein Tantawi, pilastro dell’ex regime, tra gli uomini più vicini all’ex rais Mubarak. Il generale e i suoi uomini hanno sciolto le Camere ma non hanno licenziato il governo, che resterà in carica fino al voto. L’esecutivo è stato formato pochi giorni fa, quando la pressione della piazza ha obbligato l’ex presidente a prendere misure per arginare il dissenso. Si è riunito ieri per la prima volta. Il premier Ahmed Shafik ha parlato alla televisione di Stato, raccontando che il rais Mubarak sarebbe ancora in Egitto e non, come da ore dicono televisioni e giornali, in fuga negli Emirati arabi. «Ora la priorità è la stabilità», ha spiegato il primo ministro.
Le forze armate - garanti del nuovo ordine - hanno deciso ieri di congelare la Costituzione e formare un comitato per studiare i futuri emendamenti. La mossa, spiega al Giornale l’avvocato e attivista Naged Al Borai, non significa la cancellazione delle leggi di emergenza, come invece ha detto alla tv di Stato un generale dell’aviazione. La fine dello stato d’emergenza, in vigore dal 1981, è una delle richieste principali dei movimenti rivoluzionari.
Nel loro comunicato i militari hanno voluto nuovamente rassicurare la comunità internazionale e il vicino israeliano: i trattati siglati in precedenza dall’Egitto saranno rispettati. Hanno convinto Israele. Il ministro della Difesa Ehud Barak ha detto ieri in un’intervista che le relazioni tra i due Paesi non sono a rischio.
A palazzo, i vertici dell’esercito avviano la transizione, mentre il Cairo ritrova lentamente la sua normalità. Ieri mattina midan Tahrir, il teatro del dissenso delle ultime settimane, era stata quasi interamente sgomberata e ripulita dai manifestanti. I militari sono intervenuti, facendo smontare le tende ai pochi che avevano deciso di rimanere. Così, la piazza è tornata a essere il fulcro del traffico cittadino, anche se ancora molto rallentato. Non si vedono infatti vigili e poliziotti ad aiutare gli automobilisti che si avventurano tra i gruppi che, dopo il lavoro, si muovono ancora con le loro bandiere verso il centro. La festa fatica a perdere d’intensità. E continua l’opera dei cittadini per riordinare le strade dopo i giorni della rivoluzione. «Pulire l’Egitto», era il titolo del quotidiano Al Ahram, ieri.
E mentre i manifestanti sgomberano la piazza, c’è chi negli uffici pubblici, in alcune università e nei sindacati ha deciso che è ora di far sparire dai muri le fotografie del rais Hosni Mubarak. E proprio i sindacati sono oggi ancora al centro della protesta. Le manifestazioni hanno lasciato piazza Tahrir, ma gli scioperi continuano in tutto il Paese. Ieri, in diverse città dell’Egitto, centinaia di persone hanno scioperato. Ed è da almeno una settimana che le associazioni dei lavoratori hanno unito le forze con i manifestanti. E ora vanno avanti. Gli operai di alcune fabbriche, gli impiegati dei ministeri e delle banche chiedono stipendi più alti. Oggi, per arginare gli arresti, le autorità hanno deciso che gli istituti di credito rimarranno chiusi.