L’esistenza è come «Un frigo vuoto». Parola di Leonardi

Il Teatro Libero conclude una stagione ricca di grandi soddisfazioni con uno spettacolo improntato alla comicità in puro stile Zelig

Viviana Persiani

Anche attraverso il linguaggio della comicità teatrale si può raccontare ad una platea di cose serie, di verità, di realtà che spesso affliggono intere generazioni; è il caso di Come un frigo (ovvero vuoto), spettacolo comico che Walter Leonardi al fianco di Flavio Pirini, in conclusione di stagione, presenterà lunedì sul palcoscenico del Teatro Libero. «Il debutto di questo lavoro risale al 2003 - racconta Leonardi -, anche se ufficialmente, la versione aggiornata e rivista è stata inaugurata nell'ottobre del 2004».
Quindi non si tratta dello stesso spettacolo?
«No, pur avendo mantenuto il titolo, il testo ha subito un'evoluzione, un miglioramento, se non un cambiamento; da quest'anno, infatti, Paolo Trotti che firma la regia della messinscena, seguendoci più da vicino, ha contribuito per una migliore collocazione degli eventi, all'interno della vicenda».
Esiste quindi una trama?
«Sì, è uno spettacolo comico e divertente che si sviluppa attorno alla storia del protagonista: non a caso il sottotitolo è "vita e gesta del sig. Gualtiero Piraldi". Si tratta dell'archetipo di una generazione, in particolare della nostra, quella dei quarantenni, o quasi, ai quali manca sempre qualcosa».
Fate filosofia?
«No, ma abbiamo voluto raccontare il vuoto di un'intera generazione. Dacché si ha 7 anni e si ha l'incontro con la propria coscienza, si comincia a conoscere il vuoto: come si fa a colmare questi spazi infiniti? Si comincia con i giochi, per poi passare alle droghe e poi, perché no, magari anche attraverso la scoperta delle religioni; vi è, in seguito, la ricerca della propria identità all'interno della coppia, di un nucleo che nulla ha a che vedere con la coppia aperta degli anni Settanta, partorita da un nichilismo sfrenato. Anche se non amo le etichette, la nuova versione di questo spettacolo potrebbe essere definita "sociopolitica"».
Come siete riusciti a trasporre nella dimensione comica tutto ciò?
«Attraverso racconti, monologhi, dialoghi e canzoni scritte di nostro pugno, noi due attori comici ci confessiamo; si tratta tuttavia di un dialogo con il pubblico molto divertente, allegro. Definirei la nostra comicità "di situazione": con battute giocate sui contrasti di significati, paradossi, frasi aperte ad interpretazioni, ed umorismo diamo vita a questo spettacolo teatrale che nulla ha a che vedere con il cabaret».
Quindi non sarete le prossime novità di Zelig o del Colorado Café?
«Non essendo un amante della tivù, credo proprio di no. Sono numerosi i miei amici che lavorano in televisione e vi assicuro, occorre essere davvero bravi. Per quando mi riguarda, spero di riuscire ad andare in tv a fare uno spettacolo teatrale comico».
Quali sono le vostre fonti di ispirazioni?
«La nostra comicità si avvicina a quella di vecchio tipo, al classico cabaret milanese di personaggi come Gaber, Jannacci, Cochi e Renato, i Gufi. Il mio Vate è senza dubbio Paolo Rossi, con il quale abbiamo presentato un lavoro con Scaldasole».
Qual è la carta vincente di Rossi?
«Ora sono a Roma, città che pullula di artisti e dove non mancano i comici di grosso calibro, come Enrico Montesano, ad esempio. Ma a tutti si è affievolita la volontà di sperimentazione, molto forte in Paolo Rossi. Ecco che anche Zelig, che secondo me era la patria della sperimentazione, venendo meno questo elemento fondamentale, ha perso un po' del suo fascino».
Come fa il «signor Gualtiero» a colmare il vuoto?
«Di fronte al vuoto non sa che fare. Tutti hanno fatto tutto e lui? Forse gli conviene convivere con quello stato delle cose».