L’Esistenzialismo lungo i Navigli/Parte II

Chi ha detto che l'Esistenzialismo sia un indirizzo di pensiero esclusivamente parigino? Il nostro lettore Aldo Benedetti ci aiuta a ricordare una meravigliosa stagione artistica ed esistenziale della Milano anni Cinquanta

Pubblichiamo il contributo di un nostro lettore, il signor Aldo Benedetti, attraverso il quale scopriamo una stagione culturale milanese poco conosciuta: quella del Realismo lombardo degli anni Cinquanta.
E' una Milano effervescente e vivace quella descritta da Aldo che ci ricorda come la grande signora lombarda non sia solo la città della moda o dell'industria ma anche dell'arte e della cultura.
Di seguito la seconda parte del testo di Aldo grazie al quale veniamo a conoscere una Milano troppo spesso dimenticata.

L’Esistenzialismo lungo i Navigli
di Aldo Benedetti

Il Realismo lombardo non è vivisezione dello spazio, non vuole essere acrobatica tecnica espressiva o dogmatica trasposizione digitalizzata di lineamenti e oggetti, è pura fotografia emotiva che interiorizza ambienti e figure facendone il riflesso delle nostre sensazioni, disincantata denuncia della precarietà di una condizione umana che si trascina tra miserie e fatiche quotidiane, sofferenze di un calvario che si ripete esattamente come il mito di Sisifo, nella fede ostinata e dolente di una laica resurrezione.

Nasce così il Realismo Esistenziale, felice denominazione coniata dal critico d’arte Valsecchi nel 1956 per indicare il connubio tra la consistenza realistico-figurativa della realtà e la volatilità di un disagio esistenziale che dilania forme e contorni in una simultaneità di emozioni che si accavallano soffocanti a profetizzare una rassegnata annunciazione del vuoto, una sorta di “amor vacui” che si avvale di un simbolico ed essenziale ermetismo minimalista in grado di scartare il superfluo, di certificare una condanna, identificare un’assenza garantendo al contempo una “sostenibile leggerezza dell’essere”.

“L’assenza non è il nulla, ma può colmarsi di significati metafisici” scriveva Erba : sono proprio le parole più adatte ad esprimere l’ “horror pleni” inteso come rifiuto di ogni pieno, sia ideologico che materiale, di ogni tentativo di mistificare la realtà, di trovare significati alternativi alle semplici tracce di un passaggio silenzioso, transito doloroso e poetico, leggero e delicato come il volo sinuoso delle foglie morte di Prevert che “cadono a mucchi, come i ricordi e i rimpianti”, come il profilo abbozzato dei volti di chi ha riempito la nostra esistenza.

Ecco l’unica forma di pienezza ammessa dai nostri, l’amicizia che ci rende compagni di viaggio, di un volo ineludibile verso il vuoto ; significative sono a questo proposito le parole di Banchieri : “Era il primo giorno che frequentavo Brera. Mi indicarono l’aula del professor Carpi. Entrai : dentro c’erano tutti, dico Romagnoni, Guerreschi, Vaglieri e Ceretti. Mi parve di conoscerli da tempo, lessi sui loro volti, istintivamente, che erano le persone giuste, quelle che avevo sempre cercato, senza aver l’idea di dove le avrei potute trovare. La nostra amicizia s’incanalò subito sul piano quotidiano dell’incontro, della frequentazione, delle discussione accanite e senza mezzi termini”. E ancora ribadisce Banchieri : “Noi non volevamo fare politica attraverso quadri-manifesto o dichiarazioni programmatiche, ma attraverso una ricostruzione dell’uomo, esterna e interiore insieme”.

I rappresentanti del Realismo esistenziale dimostrarono di aver superato la ribellione ormai codificata di “Corrente”, le strettoie di un realismo sociale cristallizzato in una retorica di regime ingombrante quanto quella di “Novecento”, contaminata da un neorealismo esibizionistico di stampo marxista che trovava plastica ed esuberante espressione nelle opere di Guttuso, altalenanti tra un esasperato e certificato simbolismo politico ed un più umano, maniacale erotismo narrativo ed intimista, sfogo di una più sentita incertezza esistenziale. In sostanza la sinistra marxista utilizzò la pittura come denuncia di lotta politica e sociale reclutando un’intera compagine di artisti disposti ad adottare una iconografia semplice e ben comprensibile al grande pubblico, esattamente come l’arte ecclesiastica medievale raccontava le storie dei santi al popolo analfabeta, assumendo la funzione di strumento di propaganda e divulgazione.

Infuriò così la “battaglia per il realismo” degli anni Cinquanta, tra i sostenitori di un’ideologia comunista e i fautori di un astrattismo concettuale che si proponeva come vero e unico strumento di rivolta a qualsiasi forma di regime, sia fascista che neostalinista, una specie di libertà all’immaginazione che superava i canoni figurativi e intendeva l’arte non come rappresentazione della realtà, bensì come stesura delle emozioni che suscitava. Schiere di militanti artisti e critici oscillavano tra un neorealismo di maniera che propagandava una lotta di classe e un’avanguardia radical-chic che sosteneva una lotta mentale, orfana di qualsiasi riferimento figurativo, risonanza mentale di un puro flusso emotivo, di una suggestione epidermica.

Inizialmente i nostri simpatizzarono per l’allora Partito comunista, riconoscendosi nelle istanze di rivalsa sociale, di una condizione materiale più sostenibile per le classi sociali più povere, liberate da un’indigenza mortificante e dalla durezza di un lavoro disumanizzante : solo in occasione dell’invasione dell’Ungheria se ne allontanarono, cogliendone l’inganno mistificatorio e l’utopistica dottrina populista rivolti a coprire l’immagine di un regime altrettanto assetato di potere e totalitario di quello che aveva condotto alle tragedie della guerra, avvertendo il passaggio ingannevole e silenzioso dalle macerie di un conflitto devastante, maturato dalle roboanti affermazioni nazionaliste, alle false e ingannevoli promesse di un socialismo altrettanto umiliante per la dignità umana e la coscienza individuale.

I Nostri furono i primi “uomini senza mito” , inossidabili ai facili entusiasmi degli innumerevoli movimenti e tendenze di quella Milano anni Cinquanta che si rivelò ancora una volta, come agli inizi del XX secolo col Futurismo e “Novecento”, la capitale intellettuale d’Italia, il laboratorio sperimentale di mille tendenze e fermenti, dal citato Neorealismo all’Informale, dall’Arte gestuale allo Spazialismo, al Nuclearismo , fino alle più sofisticate ricerche cinetiche.

L’unica teoria artistica seguita dai Nostri fu l’attenzione alla vita, alla sofferta realtà quotidiana trascinata tra gli stenti e le sofferenze, le cicatrici lasciate dalla violenza della guerra e le nuove ferite e mutilazioni inferte da un inurbamento rapido e sconsiderato che portò all’edificazione di nuovi lager, prigioni metropolitane soffocate da periferie grigie che si allungano come mura perimetrali invalicabili, sovrastate dal filo spinato dell’incomunicabiltà. La pittura non è più racconto storico delle grandi vicende umane, ma diventa umile storia quotidiana, consumata tra miserie e disagi, violentata nel silenzio delle pareti domestiche, sullo sfondo di muri che suggeriscono la ferocia di una fucilazione, di una quotidiana mutilazione, quasi una progressiva corrosione di umanità abbruttita da lavori massacranti, schiacciata e contaminata tra edifici sironiani che annullano anche la forza di reagire, cancellando ogni via di fuga, ogni tentativo di riacquisire una dignità.

Sembra scomparsa l’immagine collettiva del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, quel senso di umana solidarietà e lotta sociale che invocava un riscatto e faceva intuire una vittoria, a quell’abbraccio collettivo, rumoroso e incalzante, si è sostituito un lamento personale, una preghiera di attenzione al valore della vita, un silenzioso calvario personale che supplica non un aiuto, ma la comprensione e la condivisione di uno spasimo di sofferenza, proprio come nella Andata al Calvario di Cristo dipinta da Raffaello : ognuno di noi può riconoscersi in quel dolore, ciascuno di noi è un Cristo terreno alla ricerca di una mano che ci sostenga e accarezzi il nostro sogno di resurrezione, di una Maddalena che lenisca le nostre ferite

di Aldo Bendetti
Immagini: Bellandi e Ceretti