L’esistenzialista che si ostina a esistere

Gli intellettuali alla Sartre snobbati dai lettori mentre il poeta più
pop del ’900 continua ad avere successo Fra libri, collage, foto e
locandine una grande mostra parigina celebra lo scrittore che "amava
l’amore"

Parigi - All’entrata dell’Hôtel de Ville la lunga fila è fatta in prevalenza di pensionati. Sono lì fuori, al freddo, per la mostra «Prévert. Paris la Belle» che dentro, al caldo, li riconcilierà con la propria giovinezza, quando le poesie di Jacques Prévert (1900-1977) si vendevano a metri cubi e i ragazzi innamorati le sapevano a memoria.

Era cominciato tutto all’indomani della Seconda guerra mondiale: il suo primo libro, Paroles, ne aveva fatto l’alter ego in versi di Jean-Paul Sartre e di Albert Camus, un esistenzialista che non si prendeva troppo sul serio, un giocatore di moti e di verbi, nonché di sentimenti. Dieci anni dopo, ironicamente, il giovane Roger Nimier aveva sentenziato: «Prévert non è più di moda fra gli intellettuali, è divenuto popolare». Sulla stessa lunghezza d’onda il diretto interessato aveva ribattuto che no, «ero popolare ancora prima di essere di moda»... Sia come sia, nemmeno la contestazione del Joli Mai, il Sessantotto che invitava a diffidare di chi avesse più di vent’anni, era sfuggita al fascino di chi marciava allora verso i settanta. Piaceva l’iconoclastia, semplice e facile, di poesie fatte di un titolo, «Padre nostro che sei nei cieli» e di un verso: «Restaci!», la rivisitazione storica della monarchia di Francia attraverso una dinastia, quella dei Borboni, interrottasi con la decapitazione di Luigi XVI e poi conclusasi con la restaurazione di Luigi XVIII, incapace, insomma, di saper contare bene sino a venti...

Negli anni Novanta l’opera di Prévert assunse al ruolo di classico, accolta nella Pléiade, la collezione che sancisce l’immortalità letteraria, ma intanto il suo autore era morto e i giovani scrittori emergenti si erano fatti più cinici. Michel Houllebecq riassunse così il nuovo giudizio: «Come poeta è talmente mediocre che a volte, leggendolo, uno si vergogna. Sul piano filosofico e politico è innanzitutto un libertario, cioè fondamentalmente un imbecille». L’articolo si intitolava Jacques Prévert è un coglione. Fosse stato ancora vivo, lui che di simili patenti ne aveva affibbiate molte, ci avrebbe riso sopra.

L’esposizione in corso all’Hôtel de Ville (aperta sino al 28 febbraio) naturalmente è più una celebrazione che una rilettura critica, ma in fondo è giusto così. Se c’era uno che rifuggiva dalla critica e dai critici era Prévert, e il suo muoversi fra cinema e canzoni, poesie e collages, è anche la prova di una diffidenza e di un rifiuto nei confronti delle specializzazioni e delle accademie, dei professori, della Cultura con la maiuscola...

Quando in una vita si scrive la sceneggiatura di tre film capolavoro, Quai de Brumes, Le jour se lève, Les Enfants du Paradis, il testo di Les feuilles mortes e un pugno di belle poesie d’amore, si può giustamente stare in pace con se stessi. Il resto, tutto il resto, fa parte dello stile irripetibile di un mondo e di un’epoca, quegli anni Trenta e Quaranta del Novecento sopravvissuti sino a quasi tutti gli anni Cinquanta, ovvero una società intellettuale dove si viveva con poco e quindi arricchirsi non era né un obiettivo né un titolo di merito, pittori e scrittori godevano di uno status, la mondanità era da cantine e non da alberghi di lusso...

C’era una sorta di leggerezza del vivere che, paradossalmente, derivava proprio dalla sua durezza: Prévert è un adolescente durante la Prima guerra mondiale, un uomo fatto quando scoppia la Seconda e il facile anarchismo che Houellebecq bolla d’«imbecillità» non è altro che uno dei modi in cui in climi ideologici di ferro ci si barcamena fra partiti e istituzioni, chiudendo gli occhi su quello che non si vuole vedere, scegliendosi dei nemici in campi dove comunque non metterai mai piede, la Chiesa, l’istituzione militare, mantenendo un’illusoria libertà individuale in organizzazioni che sanno calibrare le lusinghe come le minacce.

Il «realismo poetico» di Prévert è questa cosa qui, il contrasto fra i sentimenti e la realtà, ma anche l’ultimo atto di una recita in cui i ruoli sono ancora definiti, c’è il popolo, ovvero i mestieri e gli operai, c’è la piccola e media borghesia, l’aristocrazia e il capitale, non la massa indistinta e onnivora di consumatori che poi ne prenderà il posto, la mimesi nel modo di vestirsi e di comportarsi, il trionfo dell’omologazione e la fine di ogni differenza...

Si può ancora scegliere da che parte stare e con chi, ed è una scelta che implica gusti, abitudini, desideri, speranze. Non c’è foto dai vent’anni alla morte, in cui Prévert non abbia la sigaretta all’angolo della bocca e una faccia espressiva di un’epoca sentita propria come gli abiti che indossa, e che solo in vecchiaia si fa di colpo sfuocata, un tipo umano che si guarda intorno e non riconosce più il suo tempo né se stesso.

Ricchissima, anche troppo, piena com’è di materiale d’archivio, registrazioni sonore, filmati, testimonianze, fotografie di tutti i mostri sacri, da Doisneau a Brassaï, a Stieglitz, «Prévert. Paris la Belle» è una mostra nostalgica e un po’ surreale, aggettivo che al festeggiato non sarebbe dispiaciuto, omaggio a uno scrittore e a una città che non esistono più e che si ostinano a vivere nonostante il loro tempo sia irrimediabilmente passato.