«L’eskimo non è mai uscito dalla redazione»

Parla Michele Brambilla, l’autore del pamphlet che descrisse il potere della sinistra a via Solferino: «Se Mieli avesse scritto di votare a destra avrebbero scioperato»

Stefano Zurlo

da Milano

L’outing di Paolo Mieli non l’ha sorpreso. «Semmai - spiega Michele Brambilla, giornalista e scrittore, oggi direttore del quotidiano La Provincia di Como - mi ha colpito di più la presa di posizione del comitato di redazione. Il cdr voleva addirittura che Mieli impegnasse tutti i suoi editorialisti a sposare la stessa linea. Questo la dice lunga sulla situazione al Corriere della sera e sul potere dei giornalisti. Non è cambiato molto dai tempi in cui scrissi L’eskimo in redazione».
Quindici anni fa, febbraio 1991. Brambilla aveva solo 32 anni e lavorava alla cronaca in via Solferino; eppure il suo libro L’eskimo in redazione, pubblicato da una piccola casa editrice, l’Ares, diventò un caso, ebbe molte ristampe e guadagnò le prime pagine dei giornali. «Di tutti tranne quello in cui lavoravo - sorride Brambilla -. Il Corriere prima ignorò il volume che raccontava il conformismo e la viltà della stampa di fronte al terrorismo degli anni Settanta; poi lo stroncò».
Come andò, Brambilla?
«Il direttore del Corriere all’epoca era Ugo Stille, un uomo di bandiera. In realtà la corazzata di via Solferino era in mano a due ottimi professionisti: Giulio Anselmi e Tino Neirotti. Un giorno, fatto insolito, Neirotti, il vicedirettore, mi telefonò».
Perché?
«Mi riempì di complimenti: "Ho letto L’eskimo, è bellissimo, lo facciamo recensire da Giuliano Zincone che è un pentito di quegli anni". Infatti aveva scritto un celebre articolo in cui davanti al dramma dei boat people faceva autocritica sul Vietnam, un mito che era finito in tragedia».
Dunque Neirotti affidò L’eskimo a Zincone?
«Esatto».
Poi?
«Qualche giorno dopo Neirotti mi ritelefonò. Imbarazzatissimo».
Perché?
«Mi spiegò che Zincone aveva scritto esattamente l’opposto del pezzo che lui si aspettava. Non era entrato nel vivo degli argomenti e anzi aveva ironizzato su di me».
Come mai?
«Secondo lui io non avevo capito che in redazione non si indossava l’eskimo ma la grisaglia. Particolare che, francamente, mi fece sorridere perché l’eskimo era una metafora. Anch’io sapevo benissimo che quei giornalisti erano radical chic. Preferivano il cachemire, però la loro testa seguiva gli stessi ragionamenti dei ragazzi con l’eskimo».
Neirotti le diede qualche suggerimento?
«Cercò di risolvere il problema: "Michele - furono le sue parole - scrivi anche tu un pezzo di 60 righe in cui sostieni le tue ragioni. Così lo pubblicheremo in cultura a fianco di quello di Zincone. Mi raccomandò di non dare giudizi, ma di stare ancorati ai fatti. Sono i fatti - fu la sua raccomandazione - la tua forza". Neirotti, un maestro e una persona perbene, aveva perfettamente ragione».
Lei quindi seguì il suo consiglio.
«Ci mancherebbe. Avevo solo l’imbarazzo della scelta: gli episodi quasi incredibili di censura all’interno dei giornali, anche del Corriere, erano davvero tanti».
Per esempio?
«Quando le Br spararono a Montanelli, il Corriere riuscì a non citare il grande Indro, il più famoso giornalista italiano, né nel titolo né nell’occhiello. Il suo nome veniva annegato in un chilometrico sommario. Ancora: la foto simbolo degli anni di piombo, scattata da un fotografo dilettante in via De Amicis a Milano durante gli scontri in cui morì l’agente Antonino Custrà, fu rifiutata dalla cronaca del Corriere perché si voleva far passare la versione secondo la quale Custrà era stato ucciso dalla polizia. Così lo scoop svanì e l’indomani quell’immagine giganteggiava sulla prima pagina del Resto del Carlino».
Lei consegnò il pezzo a Neirotti. Poi?
«Un paio di giorni dopo, sfogliando il Corriere, rimasi di sasso: c’era l’articolo di Zincone, il mio invece era stato ridotto dai colleghi della cultura a tre righe tre. Un distico, in neretto, in cui si diceva che Brambilla aveva firmato un libro sugli anni di piombo».
Cosa le disse Neirotti?
«La verità: neanche lui aveva potuto fare nulla contro la decisione della redazione cultura dove, fra parentesi, lavorava il leader storico del cdr Raffaele Fiengo. Mi avevano censurato senza neanche degnarmi di una telefonata. Pensi che perfino l’Unità, a firma Ibio Paolucci, mi aveva dato ragione. Al Corriere le cose andarono diversamente, anche contro la volontà di Neirotti che, di fatto, mandava avanti il giornale con Anselmi. Questo episodio mi fece capire i limiti che il direttore e la proprietà hanno nei giornali. Quel cdr, una sorta di soviet, aveva e ha tuttora una capacità di condizionamento straordinaria».
Perché dal passato arriva al presente?
«Perché dopo il discusso editoriale di Mieli il cdr ha stigmatizzato il direttore per non aver impegnato anche gli editorialisti. Ancora una volta la redazione ha scavalcato il vertice a sinistra. Sa come sarebbe andata a finire se Mieli avesse detto di votare non dico Berlusconi, ma Casini?».
Ce lo dica lei.
«La controprova non c’è, ma credo proprio che il cdr avrebbe indetto uno sciopero».