L’esperimento Pd è già finito: i compagni sognano la "cosa 6"

L’ultima reincarnazione degli ex comunisti avviata verso lo stesso
destino che toccò a Pds e Ds, a Unione e Ulivo: sparire

Roma È appena nato. O meglio, «non esiste» secondo l’analisi del sindaco uscente di Venezia Massimo Cacciari, che è filosofo e di queste cose ne capisce. Nella migliore delle ipotesi il Partito democratico sta male, perché tutti non fanno che pensare al «dopo». Organizzazione, confini politici, alleanze e leader: il buzz di sinistra è monopolizzato dal cosa succederà quando la creatura di Walter Veltroni e Dario Franceschini - finita in mano al «nemico» Pier Luigi Bersani - sarà rottamata.
Ma a sorprendersi sono solo quelli che non hanno assistito ai tormenti della sinistra italiana del dopo crollo del muro di Berlino. Mutazioni radicali di prospettiva e riferimenti ideali, durante le quali tutto è cambiato tranne i protagonisti, che sono gli stessi che erano a Botteghe Oscure quando il Pci faticava a rendersi conto che il socialismo reale era davvero morto.
Da allora si sono succedute sigle, simboli e progetti. Almeno cinque i «cantieri», avviati e mai portati a termine. Breve promemoria. La «Cosa» di Occhetto sfociò nel Partito dei democratici di sinistra. Formula nata per schivare qualunque riferimento al socialismo, che sarebbe stato poco gradito a un partito che era ancora quello di Enrico Berlinguer. Per l’alleanza si scelse il nome di Progressisti, la «gioiosa macchina da guerra» che portò la sinistra diritta alla sconfitta, a favore di un neofita della politica: Silvio Berlusconi.
La prima vera sintesi con i cattolici che provenivano dalla sinistra della Dc, fu l’Ulivo, marchio che portò al governo Prodi nel 1996. Poi fu la volta dei Democratici di sinistra di Massimo D’Alema. Stesso simbolo del Pds, una quercia, ma senza il vecchio logo del Pci, sostituito in seguito dalla rosa del socialismo europeo. Perché - questo premeva sottolineare agli allora riformisti - il centro e la sinistra devono rimanere distinti. Alla faccia di Prodi. Poi, però, alla sinistra toccò ricercare il Professore e ricucire con i cattolici dell’ex Dc, che allora erano nella Margherita. Andò al governo di nuovo Prodi, ma durò poco. Tornò quindi di nuovo di moda l’idea dell’Ulivo, nel senso di sintesi tra tutte le culture politiche, e paradossalmente se ne fecero carico quelli che secondo molti erano stati i «killer» di Prodi. Nacque, finalmente, il Partito democratico che si presentò alle elezioni con Walter Veltroni. E perse. Alla guida del Pd andarono quelli, i dalemiani, che credevano meno a quel progetto, tanto che - e questa è storia recente - i centristi vicini a Francesco Rutelli se ne andarono.
Tutti progetti nati per essere eterni e poi durati meno di una stagione. A quanto pare il Partito democratico non farà eccezione. A dare il via alla caccia, sono stati lo stesso Romano Prodi e poi Sergio Chiamparino. In particolare il sindaco di Torino ha premuto lo stantuffo dell’iniezione letale: «Dopo le Regionali il Pd dovrà avviare un nuovo cantiere che vada da Vendola a Casini, con confini larghi». Se a fare calare la mannaia sui democratici non fosse stato uno dei dirigenti più aperti, verrebbe da dire che la rivoluzione è stata annunciata con una formula che sa di antico. E sembra preannunciare a sua volta un fallimento.
Perché se è vero che la diagnosi di Chiamparino è onesta («il Pd è nato con il condizionamento di gruppi e sottogruppi che pre-esistevano. Il tentativo generoso fatto da Veltroni, Franceschini e Bersani non sembra ottenere risultati») e che la sua «cosa» è simile all’unica formula che ha permesso agli eredi del Partito comunista di vincere, è anche vero che i problemi della sinistra italiana sono gli stessi da 20 anni.
C’è l’eterno ricorso all’«esterno» che ripara i danni, ma rimane comunque fuori dalla vera lotta per il potere. E non è un caso che sia tornato a circolare il nome di Prodi (il 45% degli ascoltatori di Radio24 ieri lo avrebbe già eletto, il restante 55 per cento invece non lo vorrebbe). Poi c’è l’ombra dei «veri leader», che impediscono ai capi eletti di governare, come ormai ammette apertamente anche il segretario Bersani, infastidito dal protagonismo di Massimo D’Alema che, senza che nessuno glielo chieda, «mette tutti i giorni» la sua faccia al servizio del Pd. Poi pesa un progetto poco solido, come emerge dalla risposta di Cacciari alla domanda di un giornalista. Lascerà i partito? «Per lasciare il Pd bisognerebbe che il Pd ci fosse. Quando ci sarà farò sapere se lo lascio o resto».