L’esplosivo dello zainetto incastra Hamdi

Claudia Passa

da Roma

Le sostanze esplosive che Hamdi Adus Issac portava in spalla nel metrò di Londra erano già state utilizzate in precedenti attentati. Lo zainetto-bomba che l’etiope indossava mentre le telecamere a circuito chiuso lo ritraevano alle 12.20 del 21 luglio all’ingresso della stazione Westbourne Park, era tutt’altro che «dimostrativo». Era imbottito di sostanze già tristemente note all’antiterrorismo. Di sicuro, inoltre, Hamdi è «un soggetto di facile influenzabilità e suggestione, e pertanto ampiamente disponibile ad accettare la cooptazione in consorterie con finalità terroristiche, come in effetti è avvenuto».
Nelle otto pagine della sentenza che ieri ha dato via libera alla sua estradizione, i giudici della Corte d’appello di Roma ripercorrono la fulminea «carriera» giudiziaria dell’etiope. Non entrano nel merito dell’inchiesta dei pm capitolini Franco Ionta e Pietro Saviotti. Non si soffermano - non spetta a loro farlo - sulla perquisizione in casa del fratello Remzi, dove Hamdi è stato arrestato, che ha portato al sequestro di una mappa della metropolitana di Parigi, biglietti ferroviari delle tratte Londra-Parigi e Parigi-Roma, sei carte telefoniche degli Emirati, tre cellulari, 121 carte telefoniche estere prepagate, due travel card della London Transfert e biglietti aerei con destinazione Dubai, Addis Abeba, e altre località arabe.
La Corte d’appello passa però al setaccio le risultanze dell’indagine di Scotland Yard allegate al mandato d’arresto europeo. A cominciare dal contenuto dello zaino. «Una «perizia precoce degli ordigni - scrivono gli inglesi - indica che un tipo di materiale esplosivo Tatp o Hmtd è stato utilizzato per il meccanismo di detonazione. Entrambi questi materiali sono a base di perossido (...) Il contenuto ha proprietà esplosive». «Tanto il Tatp (triacetone triperossido) quanto l’Hmtd (diammina di triperossido dell’esametilene) - osservano i giudici italiani -, già utilizzati per attentati, sono esplosivi sensibili di facile preparazione usando prodotti base disponibili in commercio, come acetone, perossido d’idrogeno, acido cloridrico o solforico».
Ricostruendo il profilo di Issac, definito a Londra «un terrorista motivato da fanatismo», i magistrati si soffermano sui riferimenti «ai rapporti con i complici e alle loro interrelazioni quali frequentatori della libreria islamica “Al Coran” dove “si parlava della guerra” e dei campeggi in montagna dove “si parlava di religione”». Un contesto micidiale per una personalità segnata da «quel senso di disorientamento tipico di chi non abbia saputo o voluto integrarsi nella società di accoglienza». È così che Hamdi s’è ritrovato alla stazione Sheperd Bush, a bordo di un treno dove i viaggiatori l’hanno visto «cadere a terra», quindi «abbandonare lo zaino che aveva un buco carbonizzato da cui fuoriusciva materiale, e darsi alla fuga uscendo dal finestrino della carrozza».
Motivando l’assenso all’estradizione, i giudici invocano sia la documentazione «assolutamente esaustiva» trasmessa da Londra, sia «le dichiarazioni dello stesso Issac, confermative dell’accaduto e del suo ruolo attivo, oltre che compiutamente ammissive dell’accordo raggiunto con i complici (...). Non può non riconoscersi - osserva la Corte lodando “la repentina e proficua attività investigativa” della polizia inglese - che il quadro indiziario a carico di Issac rivesta una indubbia valenza quanto a consistenza e gravità».
«L’apporto di Issac alla realizzazione del proposito criminoso - recita la sentenza - è stato rilevante. Non solo egli ebbe a partecipare agli incontri destinati a programmare l’evento, ma altresì prestò la sua opera all’allestimento degli ordigni (...) e scelse il luogo e il mezzo di trasporto pubblico dove provocare l’esplosione». Non ha «fondatezza», dunque, appellarsi alla presunta violazione delle garanzie costituzionali, come ha fatto la difesa. E neppure invocare «un generico stato di allarme ricollegabile ai gravi e recenti eventi luttuosi di matrice terroristica che hanno colpito la Gran Bretagna». Il richiamo è alle bombe del 7 luglio. Le stesse di fronte alle quali Hamdi Adus Issac ha più volte fatto spallucce commentando: «Che dire allora dell’Irak?».