«L’espresso» condanna Schifani ma si dimentica l’amico Pisapia

RomaTeorema: se un avvocato si dà alla politica nelle fila del centrodestra, fa notizia spulciare tra i suoi assistiti in cerca di qualche nome imbarazzante; mentre se lo stesso percorso lo fa un legale che sceglie la sinistra, non è chic tirare fuori il suo curriculum di patrocinante.
Dimostrazione: prendete Renato Schifani, attuale presidente del Senato, e Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra alla carica di sindaco di Milano alle prossime Comunali, appoggiato da Nichi Vendola. E prendete L’espresso, settimanale dalla specchiata appartenenza democratica: il 4 novembre Lirio Abbate e Gianluca Di Feo firmano per il periodico diretto da Bruno Manfellotto un articolo che ha tutte le stimmate dello scoop. Naturalmente democratico doc. «Il 4 dicembre 1983 - scrivono i due giornalisti - dal carcere dell’Ucciardone parte una raccomandata. È firmata da Giovanni Bontate, l’uomo più ricco di Cosa Nostra (...), ancora temuto, ma tutte le sue proprietà - immobili e aziende per un valore di decine di miliardi di lire - sono finite sotto sequestro. Per questo dalla cella decide di affidarsi a due difensori di fiducia, un penalista e un brillante civilista, Renato Schifani».
Ohibò: un avvocato che difende un malavitoso. Ma non servono proprio a questo i legali? Sì, ma non per il duo Abbate-Di Feo. Per loro lavorare per Bontate è un marchio d’infamia che evidentemente non dà diritto, quasi tre decenni dopo, a rivestire una carica istituzionale. Peraltro un patrocinio legale è un atto pubblico, e quindi non si capisce dove sia la notizia. Ah, sì: «Di quell’incarico, che segnò l’ingresso tra i nomi di rilievo del foro di Palermo, Schifani non ha mai parlato». Insomma, la colpa dell’attuale seconda carica dello Stato sarebbe quella di non aver raccontato in giro del suo primo patrocinio importante, che chiunque avrebbe potuto accertare facilmente, magari chiedendo all’interessato. Peraltro sono gli stessi Abbate e Di Feo a ridimensionare la presunta notizia, raccontando nel seguito dell’articolo che Schifani «non si è mai occupato delle questioni penali, ma soltanto di contestare il sequestro dei beni e impedire che venissero confiscati». I due giornalisti si sono dati anche parecchio da fare, recuperando gli atti di quel procedimento. Ma il risultato è poca cosa. Anzi, l’attuale presidente di Palazzo Madama viene descritto come un bravo ancorché giovane (aveva solo 33 anni) professionista: «Con precisione e competenza l’avvocato Schifani analizza i fondi del suo assistito, fa le pulci alle iniziative della Procura e della Guardia di Finanza». Insomma, dov’è il problema? Non si sa, ma il titolo è una sassata: «Schifani avvocato di mafia». Serve altro?
E Giuliano Pisapia, che c’entra? Beh, anche il sessantunenne fresco salvatore della patria della sinistra meneghina, è avvocato: e in questa veste assistette negli anni Ottanta quel Robert Venetucci che fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano come uomo della mafia americana e mandante dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano. E tra gli altri clienti nella brillante carriera del candidato sindaco ci sono anche Arnaldo Forlani (maxitangente Enimont), Pietro Marzotto, imputato per strage ambientale a Praia a Mare in Calabria, e Abdullah Ocalan, il leader curdo accusato di terrorismo dal governo turco e sbarcato in Italia nel 1998 a caccia di un asilo politico che poi il governo D’Alema, dopo un lungo imbarazzo, decise di rifiutargli. Per carità, anche qui si trattò di sporco lavoro che qualcuno deve pur fare: ognuno nel nostro Paese ha diritto a una difesa. E meno male. Ma allora perché l’8 luglio, in un articolo sulle grandi manovre in vista delle elezioni milanesi, lo stesso espresso cita Giuliano Pisapia, ne tratteggia un breve profilo senza fare cenno neanche a uno dei suoi vecchi clienti? Forse perché la legge è uguale per tutti nelle aule giudiziarie, ma non sui giornali di sinistra.