"L’estate di Altachiara", e il Diavolo torna ad essere la nostra metà oscura

Nel romanzo di Ombretta Bertini (Edizioni Il Molo - 356 pagine - 15 euro) torna il satanismo Nessuna pruderie o pretesa di instant book: solo una storia intima che parte dalla provincia italiana e scende nel buio del Male. Che è in noi e non veste i panni glamour di vampiri & Co<br />

UN DIAVOLO PER CAPELLO La tentazione di mandare tutti al diavolo, quando per l’ennesima volta sfogliando le pagine di un libro vengono evocati Satana, Baal, Lucifero e tutta la legione di incarnazioni del Malvagio, è grande. La letteratura sui satanisti, per colpa soprattutto di certi instant book piovuti nelle librerie dopo certi fatti di cronaca, è inutilmente imponente. Fortunatamente, però, ogni tanto il lato oscuro del sovrannaturale non è soltanto un facile mezzuccio per stuzzicare l’anima brutta del lettore. E il satanismo diventa incontro dell’uomo con la sua attrazione per l’abisso, specchio sulla frattura interna ad ognuno tra Bene e Male.

OPERA PRIMA È in quest’ottica che leggere L’estate di Altachiara diventa un’esperienza diversa dalla consueta pruderie da telegiornale delle ore venti. Perché non ci sono propositi di inchiesta, né facili concessioni a giudizi banalizzanti. Il primo romanzo di Ombretta Bertini, pubblicato dalle Edizioni Il Molo, è infatti a tutti gli effetti una storia ben raccontata, in cui l’inquietudine e il disturbo che inevitabilmente emergono quando si parla del Male, diventano parte integrante del racconto ed espediente per riflettere sulle ombre di ognuno di noi.

LA VITA E IL BUIO La miglior carta giocata dall’autrice è senza dubbio l’ambizione. Puntare tutto sul cliché della provincia italiana malsana ed egoista che non vuole fare i conti con i suoi errori ed orrori era facile. Inserire la viltà umana e la satira sociale in una storia che per molti versi è il percorso di formazione di una donna, lo era molto meno. L’estate veneta della giovane Andrea, alle prese con la sua tesi, le voragini del suo cuore e le frane del suo diventare adulta, suona sonnolenta e maliarda. Gli artigli sono nascosti, pronti a stridere contro la lavagna e a spezzare l’aura di perbenismo mellifluo del paese. Un delitto, l’angoscia, la rabbia di una generazione ignorante e sbandata: la setta esiste e uccide, è un cancro della modernità che per reazione si ciba di Cabala e demonologia secolare. E in questa trama ben congegnata (che sembra ricalcare i misteri delle Bestie di Satana ma la cui stesura è precedente ai fatti di cronaca), ecco comparire la magia, il sogno, la dimensione antitetica della spiritualità che va a cozzare con la ribellione nichilista. Un romanzo scorrevole, che sa divertire e inquietare, riprodurre il Male senza ammantarlo di un crepuscolarismo dandy così come regalare gemme di lirismo mai ammiccante. E che ha il grande pregio di ribaltare una prospettiva che ultimamente sta stucchevolmente prendendo piede: il diavolo non è glamour, non è affascinante e non è elegante. Il diavolo, forse, è solo spregevole e pericoloso.