L’estate calda degli affari tra l’Italia e Gheddafi

«Dove non passano le merci, passano gli eserciti». La massima del filosofo ed economista liberale Frédéric Bastiat, declinata per i nostri tempi, è verosimilmente una delle convinzioni che ha portato il premier Berlusconi a siglare il Trattato di Amicizia tra Italia e Libia con Gheddafi. Correva il 29 agosto del 2008. Il Trattato prevede un risarcimento ventennale di 5 miliardi di dollari a Tripoli per il passato coloniale, ma contempla anche l’avvio di un articolato progetto di partenariato economico e industriale. In altri termini: porte aperte alle imprese italiane in Libia e benvenuto al capitale africano nel Belpaese.
Proprio in questi giorni se ne vedono i risultati: Finmeccanica, tramite il consorzio di Ansaldo Sts e Selex, si è portata a casa un contratto da 247 milioni di euro per l’automazione di una tratta ferroviaria. Che si va ad aggiungere alla commessa da 547 milioni vinta nel luglio scorso per altri 1.450 chilometri di binari. Poi, entro venerdì 20, tutte le principali imprese di costruzione italiane, a partire dai consorzi guidati da Impregilo ed Astaldi, presenteranno le manifestazioni d’interesse per l’appalto della nuova autostrada litoranea, che vale 3 miliardi di dollari. Una gara riservata agli italiani. E nella partita libica non ci sono solo i grandi nomi: secondo l’Ice (Istituto per il commercio estero), sono decine le piccole e medie imprese che stanno attraversando il Mediterraneo. Si calcola che le aziende minori abbiano già investito in Libia 60-70 milioni di dollari. I nuovi rapporti tra i due governi sono stati scanditi dalla cena di gala romana dell’hotel Parco dei Principi nel febbraio 2009, presente il cosiddetto Gotha della finanza italiana, quando Tarak Ben Ammar - finanziere tunisino azionista e consigliere di Mediobanca, amico di Berlusconi - dichiarò che «d’ora in poi la Libia darà la priorità all’Italia per il 90% dei suoi investimenti all’estero». È seguita, nel giugno dell’anno scorso, la visita in Italia di Gheddafi, con tanto di presentazione alla platea romana di Confindustria.
Nel frattempo i libici (azionisti storici della Juventus con il 7,5%), hanno raggiunto prima il 4,6% di Unicredit, poi l’1% nell’Eni, facendo intendere di essere interessati a salire fino al 10% nel capitale del Cane a sei zampe. Mentre è proprio di qualche giorno fa l’acquisto, da parte della Libyan Investment Authority, di un altro 2% di Unicredit. Ed è proprio su questi due ultimi temi, relativi a settori strategici quali banche ed energia, che la crescita di Gheddafi è tornata a far discutere. Il tema della presenza del governo libico non evoca più il sapore dell’alleanza pericolosa, perché da tempo la Libia non è più considerata, a livello internazionale, vicina al terrorismo medio-orientale. Tuttavia non si tratta ancora di una specchiata democrazia di stampo occidentale. E questo suscita, in determinate circostanze, qualche preoccupazione.
Così la salita del Libyan Energy Fund al 10% dell’Eni - che ne farebbe il secondo socio dopo il governo italiano, comporterebbe la nomina di tre consiglieri in cda e rappresenterebbe il primo caso di presenza forte di un produttore nel capitale di una oil company - è di fatto congelata. Mentre la crescita poco sotto il 7% in Unicredit ha provocato un mezzo incidente all’interno degli equilibri finanziari e politici nazionali.
È successo che la banca non ha comunicato a Bankitalia il nuovo acquisto dei libici. Non ne aveva l’obbligo (che scatta oltre il 10%), ma la mossa degli uomini del ceo Alessandro Profumo non è certo stata molto accorta, avendo suscitato un prevedibile disappunto in via Nazionale. Tanto che Bankitalia ha scritto a Unicredit chiedendo di essere informata, soprattutto in caso di evoluzioni della governance. La leggerezza del vertice ha poi dato modo ad alcuni soci di riaprire il tema del controllo del territorio sulla banca. Non a caso amplificate dalla «Padania», quotidiano della Lega. Il punto è che gli azionisti, come la Cariverona, più «sferzati» da Bossi a contare di più in Unicredit, interpretano le mosse libiche come iniziative gestite da vicino dallo stesso Profumo. E non solo per portare nuovo capitale nella banca, ma anche per diluire il peso stesso delle fondazioni. Difendendo in questo modo la propria presente e futura autonomia.