Dopo l’estate si scioglie il nodo della grazia

Paolo Armaroli

Com'era prevedibile, la disparità di vedute tra il presidente della Repubblica e il ministro della Giustizia circa l'esercizio del potere di grazia, per l'uno prerogativa del capo dello Stato e per l'altro necessariamente condiviso da entrambi, non poteva avere altro sbocco che quello della Corte costituzionale. Il 24 novembre 2004 il presidente Ciampi, preso atto che il ministro Castelli era contrario alla concessione della grazia a Ovidio Bompressi (nonché ad Adriano Sofri) e perciò non in grado di inviare al capo dello Stato il relativo decreto, si riservava di assumere le proprie decisioni. Se si sono fatte attendere, non è perché Ciampi sia un uomo indeciso a tutto. Sebbene abbia avuto la sua brava tempesta mazziniana del dubbio, come prova la circostanza che in precedenza aveva pienamente concordato con la tesi del Guardasigilli.
Le sue decisioni si sono fatte attendere per il semplice motivo che il Palazzo della Consulta, sede della Corte costituzionale, ha dato l'impressione di avere le porte girevoli. C'era chi usciva e chi non riusciva a entrare. Con il risultato che il plenum del collegio non era garantito. Ha battuto finalmente un colpo il 10 giugno scorso, anniversario della nostra entrata in guerra, solo perché il Parlamento in seduta comune - meglio tardi che mai - ormai si accingeva a coprire i vuoti della Corte con l'elezione prima di Mazzella e poi di Silvestri. Solo allora, rappresentato e difeso dall'Avvocatura generale dello Stato, Ciampi ha presentato alla Consulta un ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nei confronti del ministro della Giustizia.
Per diverse settimane la Corte ha osservato il più rigoroso silenzio circa i tempi di decisione. Ma gli spifferi non si avvertono solo nei Palazzi della politica. Per non parlare dei bar, dove dovrebbe campeggiare la vecchia scritta «Taci, il nemico ti ascolta», che i vecchi missini avrebbero titolo per conoscere più di altri.
No, qualche spiffero esce pure dal Palazzo della Consulta. Così si è saputo che la Corte avrebbe avviato l'esame del conflitto di attribuzione dopo l'estate. E se n'è avuta conferma ufficiale giovedì, quando è stato reso noto che il 28 settembre prenderà in esame l'ammissibilità del conflitto in camera di consiglio. A tal fine il presidente Capotosti ha affidato il fascicolo al giudice Quaranta. Sulla piena ammissibilità del conflitto non ci dovrebbe piovere. Dopo di che la Corte deciderà nel merito. Ma quando? Con ogni probabilità dopo qualche settimana dal primo verdetto. E comunque entro il mese di ottobre.
La questione sollevata è di primaria importanza e, per un doveroso riguardo nei confronti del capo dello Stato, la decisione non può essere rinviata alle calende greche. Inoltre il 3 novembre scadranno ben tre giudici di nomina presidenziale. E precisamente Capotosti, Neppi Modona e Fernanda Contri. Ora, sarebbe quanto meno inelegante che i tre nuovi giudici appena nominati da Ciampi si pronunciassero su un conflitto da lui stesso sollevato. Infine il caso è inedito, dal momento che il ricorso di Martelli del 1991 venne ritirato. E supponiamo che Capotosti, allievo di eminenti costituzionalisti quali Lavagna e Amato, non intenda farsi sfuggire questa ghiotta occasione per caratterizzare la sua presidenza.
Altra questione, si capisce, è come finirà. Non azzardiamo previsioni, memori di quanto sosteneva quella malalingua di Churchill. Che invitava a non farle, tanto per questo ci sono gli esperti, che non ne azzeccano una. Quale che sia la decisione, finalmente si porrà la parola fine a una disparità di vedute che si trascina da fin troppo tempo.