L’esule sovversivo che si scagliava contro la violenza

A 11 anni rischiò di essere espulso da scuola per apologia di regicidio. Tentò la fortuna prima in Svizzera e poi in Trentino, dove divenne il pupillo di Cesare Battisti

Figlio di un sovversivo, non poté che essere ribelle a sua volta. Ebbe vita agitata e sorti altalenanti. Fu spesso poverissimo, ma conobbe anche l’agiatezza. Mai il lusso. Il padre, Sandro, era un semianalfabeta seguace di Marx. A «Piscaza», soprannome del villaggio di gente rissosa che abitava, aveva fondato un gruppo di internazionalisti facinorosi. Finché la polizia, persa la pazienza, ingiunse alla combriccola di sciogliersi.
Allevato a questa scuola, il Nostro crebbe di conseguenza. All’opposto del padre aveva attitudini allo studio, ma niente disciplina. Suoi primi insegnanti furono i Salesiani che presto pregarono il genitore di portare il figlio altrove. L’undicenne entrò allora a convitto a cento chilometri da casa. Preside della Scuola Normale era Valfredo Carducci, fratello del celebre Giosue, però assai più paziente. Subito si avvide che il ragazzino aveva stoffa, ma senza poterne frenare le mattane. Una volta che in classe si parlava del re, il discolo esclamò: «Il re? Il cittadino inutile per definizione». Mancò poco che non fosse espulso per apologia del regicidio. A salvarlo, fu proprio il preside Carducci. Convocò il reo e gli disse a quattr’occhi: «Lei ha molto ingegno. Nessuno arriverà dove lei potrà arrivare. Ma ascolti la voce di uno che le vuole bene, si moderi!». Un elogio più che una ramanzina, ma che il buon preside spacciò pubblicamente per un tremendo liscio e busso, pregando il corpo insegnante di chiudere un occhio.
Afferrato un piccolissimo diploma, il giovanotto trovò impiego come insegnante elementare. C’è solo da rabbrividire al pensiero di teneri fanciulli nelle mani di un simile pedagogo. Grazie a Dio però, il Nostro abbandonò la scuola l’anno dopo per tentare la fortuna in Svizzera. Mentre aspettava il treno, lesse sul giornale che il padre era stato arrestato per avere rovesciato le urne, invalidando le elezioni di Piscaza, vinte dagli odiati clericali. Decise di proseguire il viaggio e lasciare che il babbo se la cavasse da sé. Non era infatti tipo da marce indietro.
A Yverdon dove si stabilì, lavorò come manovale con paghe di fame. Entrava in una bottega e chiedeva: «Avete pane?». Il negoziante lo guardava per dire: «Avete i soldi?». L’altro tagliava corto: «Datemelo», e si lasciava dare la pagnotta per elemosina, senza neanche un grazie. La notte dormiva sotto i ponti, steso sulla ghiaia del fiume. A tempo perso, collaborava a un giornale socialista facendo danni. Il governo elvetico lo rispedì da dove era venuto. Al paesello, si isolò crucciato. Usciva solo di notte, si esercitava al violino che suonava discretamente, scriveva versi carducciani. Una parentesi di meditazione prima di rientrare nell’arengo. Il nuovo teatro della gesta fu il Trentino, allora sotto l’Austria.
Quando arrivò a Trento, più o meno come esule, aveva 26 anni e godeva già di qualche prestigio tra i socialisti, tanto che fu nominato segretario della locale Camera del lavoro. Gli mise gli occhi addosso Cesare Battisti che lo volle suo braccio destro. Il futuro «martire» dirigeva il giornale di lingua italiana, Popolo, e affidò al pupillo il supplemento letterario, Vita trentina. Il Nostro cominciò a farsi un nome come giornalista e a corrispondere con Prezzolini che l’anno prima, 1908, aveva fondato La Voce. L’esule si offerse di propagandare il foglio fiorentino in quel lembo di Austria italiana e Prezzolini, grato, gli offrì di collaborare. Per i Quaderni della Voce, il giovanotto scrisse un libriccino, Il Trentino veduto da un socialista, con giudizi taglienti sul tipo: «Nel Trentino la vita intellettuale è di una sconfortante miseria. I giornali sono scritti con le forbici». La tesi di fondo era che, da quelle parti, i sentimenti filoitaliani erano tiepidi. L’accenno all’irredentismo gli costò la fama di agitatore e anche gli austriaci, come gli svizzeri, lo cacciarono.
Tornato in Italia si buttò a capofitto nella lotta politica. Si aggirava tra i compagni, insaccato in un paltoncino proletario col bavero alzato. Mangiava come un selvaggio foglie di lattuga inzuppate nel sale. Divenne il più esagitato dei socialisti e il governo Giolitti ordinò la sorveglianza speciale. Avendo eccitato la folla a opporsi alla partenza delle truppe per la guerra di Libia, fu incarcerato per un anno. Uscì di galera più antiparlamentarista che mai. «L’Italia - ripeteva di continuo - è la Nazione in cui il cretinismo parlamentare ha raggiunto le forme più mortificanti. Ho un concetto assolutamente negativo del suffragio universale».
Nel primo dopoguerra, quando le violenze fasciste debordarono, attaccò i violenti sul suo giornale: «Da vario tempo, sono tornati di moda gli sfregi e le bastonature. È ora di dire basta» e elencò i tre episodi «riprovevoli» che lo avevano colpito: «A una maestra socialista sono stati tagliati i capelli e pitturata la faccia di verde. A Ravenna si dà olio di ricino ai repubblicani. A Livorno si bastona e taglia la barba all’on. Modigliani». Tuttavia, col tempo si accodò alla marea montante che il suo stesso estremismo aveva alimentato. Raggiungerà grandi altezze, prima di una miserrima fine.
Chi era?