L’esultanza per il pm morto indigna solo se è di destra

Casapound commenta online con un "evviva" la scomparsa di Saviotti. Ma le condanne bipartisan non scattano se si inneggia alla fine del Cav

Una frase vergognosa: «Il 2012 si apre con prospettive interessanti... Evviva». Così Gianluca Iannone, presidente di CasaPound Italia, commenta su Facebook la morte improvvisa del procuratore aggiunto di Roma Pietro Saviotti. Poche frasi che suscitano un coro di reazioni sdegnate, mentre l’associazione dell’ultradestra cerca di smarcarsi dalle parole del suo leader. «Si tratta di un commento sul profilo personale di Iannone», precisa imbarazzato il vicepresidente Andrea Antonini. Ma le parole non cancellano il lugubre festeggiamento in morte del capo del pool antiterrorismo della procura della capitale. Saviotti aveva chiesto a novembre l’arresto (concesso dal gip) di Alberto Palladino «Zippo», punto di riferimento di CasaPound nel IV Municipio, a seguito dell’aggressione di quattro militanti del Pd in zona.

L’infarto che ha stroncato Saviotti è stato così salutato come fosse un gol della squadra del cuore e seguito a ruota, sempre sul social network, da altri apprezzamenti ancora più inqualificabili. «È una cosa scellerata, non ci posso credere», afferma il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Trovo raccapriccianti le parole espresse sulla prematura scomparsa di Saviotti», aggiunge il ministro Paola Severino. Nichi Vendola punta il dito contro «quelle organizzazioni neofasciste, da troppi e da troppo tempo considerate espressione di un neofascismo un po’ guascone e un po’ bonario». E Emanuele Fiano, responsabile sicurezza del Pd, chiede che il Viminale «verifichi se vi siano le condizioni per chiudere questa organizzazione dell’estrema destra, dopo l’ennesima prova di inciviltà».

Insomma, il mondo politico è in subbuglio e reagisce compatto, mentre la procura apre a tambur battente un fascicolo per istigazione a delinquere. L’indignazione, sacrosanta, è trasversale. E coinvolge un po’ tutti. Quell’indignazione che altre volte, a parti rovesciate, è stata più selettiva. Certo, le offese ad un magistrato appena scomparso non possono avere alcuna attenuante.

Ma nemmeno le aggressioni verbali alla Chiesa, ai soldati caduti in Irak - con tanto di augurio a replicare dieci, cento, mille Nassiriya - o più banalmente le contumelie rivolte con impressionante regolarità a Berlusconi, dovrebbero essere accolte con noncuranza o addirittura con sorrisetti di compiacimento. Invece, nel nostro Paese si è tollerato e si tollera di tutto, specialmente se a sputare insulti sono sinceri democratici, puntualmente perdonati perché i loro imbarazzanti sfoghi sono considerati solo eccessi.

O addirittura si ritiene che il turpiloquio e le minacce più spaventose siano parte del gioco democratico. L’Italia funziona ancora così: è normale per qualcuno trasformare una gara ciclistica come il giro della Padania in una gazzarra indecorosa o trasformare il precedente premier nel bersaglio fisso di una pattumiera di pensieri impubblicabili.

Compresi quelli che inneggiano alla morte, meglio se sanguinosa, dell’odiato tiranno. Speriamo che questo episodio serva da precedente, come unità di misura di un vivere civile. E rispettoso di tutte le istituzioni. Intanto, Iannone prova a discolparsi senza rinunciare alla polemica: «L’Italia è peggio della Corea del Nord. E persino una battuta infelice, scritta peraltro in uno spazio privato, può essere scambiata per istigazione a delinquere».