«L’Età moderna ormai è finita, viviamo nell’inerzia delle opinioni»

John Lukacs, autore di «Democrazia e populismo»: «I problemi sono le non verità installatesi nelle nostre menti»

John Lukacs è uno dei maggiori storici contemporanei. Nato a Budapest nel 1924, vive negli Stati Uniti dal 1946. È stato docente di Storia al Chestnut Hill College, in Pennsylvania, dal 1947 al 1994. Visiting professor alla Johns Hopkins University, alla Columbia University, a Princeton e all’Università di Budapest, ha scritto tra l’altro su Hitler, Churchill, la politica estera Usa nell’era della guerra fredda. Di lui Longanesi ha appena pubblicato Democrazia e populismo (pagg. 226, euro 17,60, traduzione di Giovanni Ferrara Degli Uberti).
Professor Lukacs, nel libro lei descrive così la deriva dalla democrazia al populismo: «Il governo della maggioranza è temperato dalla garanzia giuridica dei diritti delle minoranze. Quando quest’azione correttiva è debole o assente o impopolare allora la democrazia non è niente di più che populismo». Tra le cause della deriva lei indica media, pubblicità e propaganda...
«Ciò che governa il mondo non è l’accumulo di denaro, ma l’accumulo delle opinioni, come aveva già intuito Pascal ai tempi di Luigi XIV. In democrazia è l’accumulo delle opinioni che governa la storia. La pubblicità, l’uso dei media possono essere lo strumento di influenza di minoranze “dure” su maggioranze “forti”. Negli Usa il sistema politico si è trasformato radicalmente, dal 1948 a oggi: si è passati dalle gare di popolarità alle gare pubblicitarie».
Siamo in un periodo di decadenza?
«Dobbiamo accettare che la cosiddetta Età moderna, dal 1500 al 2000, segnata dal declino dell’aristocrazia e dall’ascesa della democrazia, sia finita. In democrazia la vita intellettuale procede lentamente e attualmente siamo in una fase di stagnazione, di ciò che io chiamo l’inerzia delle opinioni, un peso morto che dura nel tempo».
Lei scrive di «voler descrivere e diagnosticare condizioni e tendenze non materiali ma mentali»...
«È la mia opinione e convinzione più profonda. Del tutto contraria non solo a quella marxista ma anche a quella dei teorici del capitalismo. Per loro la base della vita sono i fatti materiali e i fattori culturali, mentali sono le sovrastrutture della materia. Io sono dell’opinione opposta: gli uomini pensano e credono, è l’ordine materiale del mondo a essere una sovrastruttura del pensiero. Anche se questo non è vero da sempre, ma da circa trecento anni. Da quando l’Occidente non vive più in dipendenza vitale dai fattori materiali ed esterni abbiamo assistito a una crescente interferenza della mente sulla materia. Oggi la povertà è meno un fatto materiale e più un fatto esistenziale e spirituale».
Tra i suoi bersagli ci sono «hegeliani, marxisti, darwinisti e freudiani»...
«Sono dottrine superate e insufficienti da un punto di vista filosofico, ma anche solo osservando quanto succede nel mondo. Sono filosofie meccaniciste, partono dal presupposto che a ogni azione segua una reazione, ma oggi ormai sappiamo che le cose sono più complicate».
Perché afferma che «gli uomini non hanno idee, ma le scelgono»?
«Il potere di un’idea, di un’opinione dipende quasi per intero dalla loro distribuzione e dalla loro accettazione da parte delle persone. Come diceva Machiavelli, un pensatore che considero in parte superato, “governare è far credere e far pensare” e oggi molti non pensano ma credono di pensare. Un conto è scegliere tra un’auto e un’altra, un conto scegliere un’idea piuttosto che un’altra: è molto più difficile».
Perché dedica un capitolo a «trionfo e scomparsa del liberalismo»?
«L’obiettivo del liberalismo in Occidente era l’estensione della giustizia, l’emancipazione, il suffragio universale, il Welfare, l’abolizione della schiavitù... Tutto questo è stato raggiunto. Oggi i grandi problemi non sono materiali ma le non-verità che si sono installate nelle nostre menti e nei nostri cuori».
Qual è la grande malattia del nostro tempo?
«Non l’ipocrisia, quella era tipica dell’Età moderna, era uno strumento della borghesia nella sua ascesa: diceva La Rochefoucauld che l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù. Ma solo in un mondo che conosce la differenza tra vizio e virtù. Oggi la grande malattia è la disonestà intellettuale».