L’eterno Loiero "uomo nuovo" del Pd

È in politica dall’82: dalla Dc all’Udr, dall’Udeur alla Margherita. Storia di
Agazio, lo specialista del dietrofront che ha attraversato trent’anni
di politica saltando da uno schieramento all’altro

Aveva detto, proprio al Giornale: «Non mi ricandido». E invece ha vinto le primarie in Calabria ma senza quel consenso bulgaro che si aspettava: appena il 54,7% dei militanti Pd gli ha chiesto di correre per la poltrona di governatore che occupa da 5 anni. Agazio Loiero ama definirsi l’«uomo nuovo» della Calabria ma la sua carriera politica puzza di vecchio. Nato a Santa Severina (Crotone) il 14 gennaio 1940, sposato, due figlie, comincia a lavorare come giornalista per il Messaggero e la Gazzetta del Sud. Poi sboccia l’amore per la politica. Nel 1982, quando il suo avversario del Pdl Giuseppe Scopelliti aveva i pantaloni corti e si imbucava nei congressi di Almirante, è già consigliere comunale a Catanzaro per la Dc, di cui diventa segretario provinciale a metà degli anni Ottanta in quota Gullotti-Andreotti. Nell’87 sbarca in Parlamento.
Quando scoppia il caso Gladio nel 1989 accusa magistrati e Pci di voler «gettare discredito sulla Dc. È un tentativo inverosimile e avvilente, che conferma la mentalità statalista del Pci». Il suo nome salta fuori nell’elenco degli esponenti politici i cui volantini elettorali furono trovati nelle abitazioni di famiglie di mafiosi o «vicine» ad ambienti mafiosi della Piana di Gioia Tauro e della Locride. Ma la storiaccia dei presunti rapporti tra ’ndrangheta, politici e massoneria su cui all’inizio degli anni Novanta lavorava l’allora procuratore della Repubblica di Palmi Agostino Cordova finì in un nulla di fatto.
Nel 1994 è il pm della Dda di Reggio Calabria Roberto Pennisi a chiedere il rinvio a giudizio di Loiero per associazione per delinquere di tipo mafioso in un’inchiesta su una tv privata calabrese. Assolto. Intanto Loiero è al Senato con il Ccd. È lui, alla fine del 1998, uno dei «quattro gatti» guidati dal presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, che darà vita all’Udr con Clemente Mastella, Salvatore Cardinale e Rocco Buttiglione. Addio a Pier Ferdinando Casini, abbraccio mortale con Massimo D’Alema che diventa premier dopo la rovinosa caduta di Romano Prodi, pugnalato dal Lìder Maximo e da Fausto Bertinotti. In cambio si siede sulla poltrona di sottosegretario ai Beni culturali del D’Alema I, esecutivo che dura un pugno di mesi. Naufragato il D’Alema I, ecco il D’Alema II: Loiero viene «promosso» ministro dei Rapporti con il Parlamento per l’Udeur. È il 22 dicembre del 1999. Dieci anni e rotti fa. Vittorio Sgarbi, un altro dei 4 gatti cossighiani, bofonchia: «E pensare che Agazio Loiero l’avevo fatto eleggere io, rinunciando al collegio dove lui era stato eletto dietro a me. E adesso va a fare il ministro con quegli altri...». Sgarbi non aveva ancora visto nulla.
È il 2000, ci sono le Regionali. Il nome di Loiero è caldissimo, ma i veti incrociati hanno la meglio e lui fa un passo indietro «per evitare lacerazioni». Il centrosinistra perde le elezioni, lui dice «l’avevo detto». Ma D’Alema si dimette e spunta Giuliano Amato. Loiero è sempre lì, «promosso» a ministro per gli Affari regionali. Il premier Silvio Berlusconi è in testa nei sondaggi alle politiche 2001 e Loiero cosa fa? Intervistato dal Corriere della Sera, da ministro del centrosinistra, lancia messaggi d’amore al Cavaliere: «Registro che dall’altra parte, di giorno in giorno, arrivano aperture e segnali di interesse. Berlusconi sa benissimo che noi valiamo il 7% in alcune regioni del Sud». Il messaggio in codice gli vale uno scranno in Parlamento nelle file centriste dell’Udeur. Ma nel 2002 dice bye bye («Mastella è un padre padrone») e passa alla Margherita. Per tutta la legislatura si fa notare per i botta e risposta con Umberto Bossi. Intanto il suo nuovo lume tutelare è Franco Marini, che sponsorizza la sua candidatura alle Regionali del 2005. È un’alleanza pout pourri quella che strappa la Calabria al centrodestra. La sua legislatura passa alla storia per la parentopoli che coinvolge un assessore di Rifondazione, l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno per mano della ’ndrangheta, l’arresto dei consiglieri di maggioranza Franco Pacenza (Ds, concussione), Mimmo Crea (Margherita, omicidio Fortugno) e i 27 consiglieri indagati a vario titolo per mafia, voto di scambio, truffa alla legge 488/92 e reati comuni e i morti per malasanità. Potevano mancare due inchieste a carico dello stesso governatore? No. La prima riguarda la sanità e ruota intorno all’omicidio Fortugno, la seconda è la famosa inchiesta «Why Not» dell’ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris. Loiero ha chiesto il rito abbreviato, il pm vuole la condanna del governatore per abuso d’ufficio. «Se condannato, non mi candido», aveva detto Loiero. Come fare a non credergli?
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