L’eterno mito della ricerca del «selvaggio»

Il mito della fuga nel mondo selvaggio, per scappare al «peso» della civiltà ha radici antiche nella letteratura e nella cultura americana. All’origine c’è il Natty Bumppo protagonista della saga di James Fenimore Cooper di cui il romanzo più famoso è L’ultimo dei mohicani (1826). Natty è il prototipo di vero americano che diventa migliore dei suoi simili abbandonando la civiltà è immergendosi nella natura e nella primitività. Sulla stessa falsariga, ma con una venatura più intimista e realistica, Walden, ovvero La vita nei boschi di Henry David Thoreau. È il resoconto dell’avventura dell’autore, che dedicò ben 2 anni (dal 4 luglio 1845 al 6 settembre 1847) della propria vita a cercare un rapporto con la natura e insieme ritrovare se stesso in una società che non rappresentava ai suoi occhi i veri valori da seguire. Nella contemporaneità il mito della vita solitaria e selvaggia è stato poi declinato in infinite varianti dai Vagabondi del Darmha e On the road di Kerouac al cinematografico Corvo Rosso non avrai il mio scalpo di Pollack.