L’eterno romanticismo di un «Affresco d’epoca»

Ho avuto il privilegio di seguire, per così dire, passo dopo passo, lo sviluppo del talento narrativo di Rita Parodi Pizzorno - dalle prime poesie agli esordi narrativi - e posso senza esitazione affermare che questo Affresco d’epoca costituisce una tappa molto significativa, uno snodo importante all’interno di una poetica che possiede l'organicità di certe forme naturali.
Un albero, ad esempio. Un pioppo snello e sottile, che i Romani chiamavano populus, attribuendolo non a caso al genere femminile. Ecco quale potrebbe essere il termine di paragone della scrittura della Pizzorno. Una scrittura che sgorga naturale e limpida (non a caso i populi crescono accanto a corsi d’acqua) e che tende verso un cielo di puri ideali e di condivise tradizioni religiose.
Non ci sono ermetismi, chiusure, lambiccata volontà di aderire a particolari scuole letterarie. Se una formula potesse essere usata per definire la prosa della Pizzorno, sarebbe il caso forse di far ricorso al termine «romanticismo», ma si tratterebbe pur sempre, comunque, di un romanticismo di genere particolarissimo, che Benedetto Croce definiva eterno.
Mi riferisco, in altri termini, ad una capacità metatemporale di vivere la realtà in maniera trasfigurante; ad un dono, concesso solo a pochi, grazie a cui cogliere nelle cose di tutti i giorni il segreto mitico delle origini. Vorrei solo segnalare, a questo proposito, una pagina quanto mai significativa di Affresco d’epoca (La vacanza), in cui la narratrice rievoca il periodo - una breve estate - in cui, a causa dello sfollamento, fu affidata dai genitori ad una famiglia contadina dell’entroterra ligure.
Ebbene, dalla marea di impressioni, sensazioni, ricordi, che si sono cristallizzati sulla membrana umbratile della coscienza, la Pizzorno evoca la figura del contadino - padre, nell'atto di preparare la polenta. «Giunta a cottura la versava sul tagliere al centro del grande tavolo di legno scuro - scrive la ex bambina, che ritrova, in questo scorcio, la propria meraviglia di allora - mentre le pareti bianche lo stringevano in un ruvido abbraccio. Dal piccolo ingresso, sul lato sinistro, una ripida e stretta scala portava alla sua stanza per me immersa nel mistero, dove liberamente potevo immaginare nanerottoli e folletti».
L’oggi diventa il sempre, l’attimo fuggente viene fissato sull’archivolto della mitica cappella dell’olim fuit, del «c’era una volta», la quotidianità si tinge dell’eccezionalità della favola. Tutto l’affresco rievocativo di Genova nel periodo bellico partecipa di questa particolare magia. Nei trentacinque racconti che compongono il libro noi non ritroviamo la fotografia - un poco gualcita - di una città di sessant’anni più giovane. Ma l’immagine che di questa stessa città ci trasmettono gli occhi di una bambina sognatrice e malinconica.
Rita Parodi Pizzorno, Affresco d’epoca, Frilli Editori, Genova 2005, pag. 140, euro 8,50.