L’etica non fa letteratura

Sono molto grato a Filippo La Porta e a Paolo Di Stefano per le cose belle che hanno detto su di me, ieri l’altro, sulle pagine del Corriere della Sera. Ne provo anche un leggero imbarazzo, sia perché non so se quello che dicono sia vero (anche se lo spero), sia perché sono un po’ orso, e troppa esposizione mediatica mi mette, non so perché, malinconia. Ma vengo al dunque. Esiste in realtà un altro motivo di imbarazzo, ed è questo: dall’articolo nel suo insieme (compreso, dunque, il titolo: «Benni e Baricco, finta sinistra. Meglio il ciellino Doninelli») emerge una tendenza alle schedature e ai battesimi che non posso condividere.
Comincio dalle schedature. Sono contento se qualcuno mi dà del ciellino, perché è vero. Però quando cominciano a dirlo in troppi (vedi anche il Magazine, intervista a Sandro Veronesi) il buonumore se ne va. A certe persone (ne ho conosciute a bizzeffe) mi vien voglia di dire: no, per te io non sono ciellino, perché per te questa parola è solo l’espressione di un pregiudizio, per cui a te non serve per conoscermi, ma solo per inquadrarmi in una certa area.
So, per errori commessi, che le parole hanno un senso solo quando sono indici di una reale conoscenza. Oltre quel limite, servono solo a creare inimicizia e dolore.
Lo stesso vale per i battesimi ideologici. La Porta, che è un ottimo critico, mi schiera a sinistra - benché ciellino, ma si sa, nessuno è perfetto - perché ho una certa concezione diciamo così anticonciliativa, antihegeliana della letteratura.
Io però non sono di sinistra e, soprattutto, non ho bisogno (nessuno ha questo bisogno) di essere sdoganato culturalmente. Non sono nemmeno di destra, se è per questo, anche se quando studiavo le invasioni barbariche stavo dalla parte dei barbari perché trovavo più forti le loro motivazioni: non la difesa della civiltà, ma il pane quotidiano.
Un destino particolare mi ha voluto anarcoide, individualista e refrattario alle bandiere e alle etichette. Ho molti amici di sinistra e nessuno di loro mi ha mai chiesto di diventare di sinistra a mia volta. Sono miei amici anche per questo.
Quando incontro una persona ci sono alcune cose che non mi chiedo mai: se crede in Dio, se è sposato, se è di destra o di sinistra, se è omo o etero. Anche se a non chiedermelo faccio il mio danno (con me gli altri in genere lo fanno, e questo li avvantaggia) penso lo stesso che si tratti di cose di nessun interesse. Quello che conta per me è l’uomo in carne e ossa, la sua presenza. Anche il cristianesimo, per me, è questo: eius dulcis praesentia, la dolce presenza di Gesù Cristo.
Vorrei infine spendere due parole in favore di Baricco e di Benni, che in quell’articolo si vedono messi tra i cattivi (mentre io, Tiziano Scarpa, Antonio Moresco siamo tra i buoni) perché interessati al soldo o all’accordo col potere.
Diceva Wittgenstein che «bisogna essere sempre pronti a imparare qualcosa di completamente nuovo» (Remarks on Colour, fr. 15). La mia concezione della letteratura è molto lontana da quella di Baricco, ma quello che a me importa è che sia sempre possibile imparare qualcosa da lui. Quanto a Benni, il suo Bar sport è una delle maggiori fonti di risate intelligenti che abbia mai letto: come potrei disprezzarlo?
La letteratura ha senso se c'è posto per tutti quelli che la fanno, senza troppi vigili, sdoganatori e battezzatori. Ci si può anche insultare, certo, ma solo dopo essersi accettati.
Vorrei ricordare che non è l'etica a fare la letteratura. È un dono. Il resto è pubblicistica: un giorno sei tra i buoni, il giorno dopo sei tra i cattivi. Ma la letteratura è sempre un’altra cosa: la storia letteraria, artistica e del pensiero è - lo dico a mio danno - piena di portaborse del potere che hanno prodotto opere immortali, mentre di tanti uomini virtuosi e incorruttibili, alieni da ogni conciliazione, non è rimasta traccia.
Lo diceva anche Umberto Saba (cito a memoria): «Il poeta è come il porco/ si pesa dopo morto». Aveva ragione.