L’etichetta col microchip per difendere il made in Italy

RomaÈ un terreno di competizione virtuosa quello su cui si ritrovano Pdl e Lega nella lotta alla contraffazione. Un confronto che sta producendo risultati concreti e sta dimostrando l’affinità che ancora unisce gli ex alleati, nonostante il loro sodalizio politico si sia infranto al momento della nascita del governo Monti.
Di certo, di fronte all’allarme rosso contraffazione, Pdl e Lega cercano di intestarsi la battaglia su un tema considerato strategico per il Sistema Italia. La Lega ha ottenuto l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla contraffazione e la presidenza con Giovanni Fava, una sede in cui collabora proficuamente con la vicepresidente pidiellina Deborah Bergamini, attivissima sul fronte dei rappporti con le categorie. In precedenza la Lega aveva imbracciato la sciabola, portando la Reguzzoni-Versace all’approvazione in Parlamento, una sorta di legge-bandiera che, nelle (buone) intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto introdurre la tracciabilità obbligatoria dei prodotti del tessile, della pelletteria e del calzaturiero anche per le merci provenienti dall’Ue. Un provvedimento che - come tutti sapevano - si è infranto sulle regole comunitarie sul mercato interno. Ma che è comunque servito a dimostrare la sensibilità del Carroccio rispetto al grido di dolore di un settore come il tessile, sempre più minacciato da prodotti che si spacciano per italiani. Stessa sorte, almeno per il momento, è toccata al regolamento sul «made-in» relativo all’indicazione di origine su prodotti importati da paesi terzi. Una battaglia sulla quale in primis Cristiana Muscardini di Fli, ma anche Roberta Angelilli del Pdl, Adolfo Urso e Andrea Ronchi si erano a più riprese spesi in prima persona e che è «congelata» a causa delle resistenze dei Paesi del Nord Europa.
Di fronte al muro innalzato sistematicamente da Bruxelles si è deciso di cambiare strada. E questa volta è stato il Pdl a prendere decisamente l’iniziativa facendo ricorso a un altro strumento per la tutela del made in Italy: quello dell’etichettatura elettronica, inserito grazie al lavoro di Antonio Tajani in sede di Commissione e dell’attivissima europarlamentare, Lara Comi, nel regolamento sulle denominazioni delle fibre tessili. «In pratica» spiega l’esponente del Pdl, «con uno speciale lettore che il commerciante metterà a disposizione dei clienti (o anche con uno smartphone) questi ultimi saranno in grado di leggere il microchip e acquisire informazioni su provenienza, materiali e coloranti usati durante produzione e confezionamento. Se la semplice etichetta è facilmente contraffabile, il microchip non lo è». Inoltre questa misura, continua Comi «è coerente con i principi della trasparenza e della libera concorrenza internazionale».
Su questo fronte da ieri è sceso decisamente in campo anche Cesare Romiti con la sua Wtcp Foundation, un organismo che ha come obiettivo la diffusione di un software, messo a punto insieme al Cnr, per l’identificazione di un qualsiasi oggetto attraverso un codice unico a livello mondiale e la rilevazione certificata del suo movimento, lungo la catena di distribuzione. In pratica un chip contenente il dna del prodotto che consentirà la perfetta tracciabilità e «rintracciabilità» del made in Italy.