L’Etiopia affamata può ringraziare i suoi politicanti

di Paolo Granzotto

Siamo tutti molto turbati dalla carestia che ha colpito la Somalia. Turbati, coinvolti e pronti a mettere mano al portafogli. Però, questa volta, non a scatola chiusa. E allora cominciamo col dire che da tempo, da mezzo secolo ormai, l'Africa s'è scrollata di dosso il "giogo" del colonialismo costruendosi da sé il futuro. Con l'ausilio, ciò che non guasta, di un poderoso aiuto economico dell'Occidente ricco. Molti di questi Stati e in particolare la Somalia, hanno però un modo tutto loro per costruirselo, il futuro: comprando armi. Di progetti per garantire alla popolazione un minimo di autosufficienza alimentare, non se ne è mai vista l'ombra. E non è che manchi la materia prima. La vicina Etiopia, già investita dall'attuale carestia e colpita anni fa da una assai più devastante, vende a compagnie straniere terre fertili e sono centinaia e centinaia di migliaia di ettari. Il grosso dei quali destinato, in nome del deleterio trattato di Kyoto, a mais o soia per biogas, escludendo quindi il raccolto dal mercato alimentare. Altri, almeno sulla carta, seminati a cereali o altro da trasformare in cibo. Ciò che comunque conferma che, volendo, quelle terre possono essere messe a profitto, essere lavorate rimboccandosi le maniche, ciò che costa fatica, d'accordo, ma è l'unico modo che si conosce. Invece si preferisce cederla, incassare una barca di soldi da utilizzare poi come sappiamo. Non è tutto. L'altro ieri, nel campo di Babdabo a Mogadiscio, dieci o più persone sono state uccise - i feriti non si contano - da una banda (di somali) che ha sparato alla folla in coda per ricevere i sacchi di alimenti distribuiti dalle Nazioni Unite. Pratica usuale, quella dei signori della guerra, di sequestrare, armi alla mano, gli aiuti umanitari per poi rivenderli al mercato di Bakara.
Stando così le cose, carestia o non carestia non un sacco di farina al governo africano che non si impegni a finanziare progetti agricoli di vasta portata. Impegno che se non mantenuto determinerà la fine dei donativi in dollari. In quanto alla Somalia, non un sacco di farina se non distribuito manu militari, da Caschi blu armati fino ai denti, appoggiati da nugoli di blindati e con regole di ingaggio che li autorizzino a far rispettare, con le buone o con le cattive, l'ordine nel corso della consegna degli aiuti. Che poi fu la lungimirante condizione posta, negli anni Ottanta, da Marco Pannella alla accettazione della nomina a supervisore delle Nazioni Unite agli aiuti umanitari. Naturalmente l'Onu, percorsa dal frisson pacifista, rispose che non se ne parlava nemmeno. I morti di Babdabo - assieme a molti, molti altri - pesano sulla sua coscienza (se ce l'ha).