L’euro in crisi e la nostalgia per la lira forte

Prima la Grecia e adesso l’Irlanda, cui seguirà probabilmente il Portogallo... e poi chissà. Qui va tutto a rotoli e non si capisce di chi è la colpa. La mia è la tipica famiglia: marito, moglie e due figli piccoli, monoreddito, il mio. Non mi lamento anche se qualche sacrificio bisogna farlo, ma non ci manca niente del necessario. Fino a quando, però? Aiuti dallo Stato nessuno, diminuzione delle tasse a cominciare dalla Tarsu nemmeno per sogno. Adesso incombe il rischio di essere coinvolti dai fallimenti di Grecia e Irlanda e questo immagino significa che dovremo tirare la cinghia di altri due o tre buchi. Ma perché dobbiamo pagare anche noi e perché in questa situazione drammatica governo e Parlamento si perdono dietro escort e vajasse?
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E che ci può fare Berlusconi, caro Bonacini? D’accordo, non s’è certo risparmiato nell’offrire argomenti alla sinistra guardona ed escortista, ma il cancan seguitano a montarlo i «sinceri democratici». Ci aggiunga i maganzesi di Gianfranco Fini, i nervi poco saldi di qualche ministro in carica, le bubbole della compagnia di giro di Saviano e l’andazzo di scambiare il Parlamento per una bocciofila (la Mussolini, eppure così simpatica, che ti va a dire: se Carfagna non ritira il vajassa io non voto la fiducia. La maestà del potere legislativo ridotta a strumento di ripicche e dispettucci muliebri. E il Paese? Si gratti). Che ne può, il Cavaliere, se la politica e la società detta civile si divide tra l’Asilo Mariuccia e il Peep Show di Amburgo? Se per il circo massmediatico «sinceramente democratico» contano più i vezzi di Ruby che non la tempesta che travolge l’euro, malauguratamente anche nei nostri portafogli? L’euro! Moneta di princisbecco cavata dal cilindro dei grandi banchieri e che da un giorno all’altro ha dimezzato il nostro potere d’acquisto, la nostra ricchezza. E dunque uno degli strumenti per il conseguimento di quella felicità che dicono essere un nostro diritto (il danaro non fa la felicità, pare assodato. Però aiuta. Forse mi si è abbassata la vista, ma non vedo in giro tutti questi ricchi o semplicemente benestanti afflitti e infelici). L’euro, patacca fortissimamente voluta da un Trio Lescano che è sempre stato pappa e ciccia con i banchieri: Prodi-Ciampi-Amato. Ma dico, se lo ricorda il rubizzo faccione di Romano Prodi percorso da un sorriso da orecchio a orecchio, quel funesto primo gennaio del 2002? Quando su di noi, sui nostri stipendi, sui nostri risparmi, sui nostri mutui calò quell’iradiddio dell’euro? Rideva, Prodi e rideva Giuliano Amato, ben noto per aver scippato - di notte, come Arsenio Lupin - direttamente dalle tasche e dai salvadanai degli italiani 11mila e 500 miliardi di care, belle e spendibili lire. Ciampi no, Ciampi non rideva, ma, al solito, piangeva. Dalla contentezza.
È a quel trio, caro Bonacini, che dobbiamo i nostri guai ai quali s’aggiunge l’onda d’urto (se un socio di eurolandia ha il raffreddore starnutiscono tutti gli altri, ovvio) dei guai di Grecia, Irlanda e domani chissà. È quel trio che trafficò per portare allo sconcio cambio di 1.936,27. Ma guarda tu: la «lira forte» di Bettino Craxi fece schifo ai Prodi, ai Ciampi e perfino agli Amato. Quella petecchia dell’euro, invece, li mandò in estasi. Ci salverà dalle tempeste monetarie, gongolarono, ci obbligherà a non sforare i bilanci, ci farà tutti più ricchi, l’euro diventerà la moneta di riferimento, l’euro spezzerà le reni al dollaro. E poi, il botto finale: senza euro non c’è futuro. Ciarlatani. Chiederlo a Inghilterra, Svezia e Danimarca, che fiutarono la trappola e se ne tennero fuori. Come vorrebbe fare oggi la Germania, che si sta appunto ponendo la questione dell’uscita da Eurolandia. Minimo minimo ci si aspetterebbe a questo punto che il Trio Lescano chiedesse scusa per averci ingannato, per averci raccontato balle sesquipedali. Ma quella è gente che pur di non ammettere i propri errori è capace di inventarsi che gli euri sono di Berlusconi, e li stampa nella cantina di Villa Certosa.
Paolo Granzotto