L’euro debole ci avvantaggia ma attenti ai conti pubblici

L'epoca dell'euro che volava a 1,5 con il dollaro, a causa della perdita di fiducia nel biglietto verde dovuta agli enormi deficit americani, si è allontanata. E siamo a quota 1,36, nell'epoca dell'euro «debole» se così lo si può denominare, in relazione a questo livello, comunque notevole. Non è affatto una brutta cosa, anzi è un fatto positivo, un punto di forza, a condizione che si tengano i comportamenti che ciò richiede.
La causa immediata dell'indebolimento dell'euro è la crisi del debito greco, dovuta al grosso disavanzo del governo e al fatto che la Grecia ha perso credibilità, in quanto si è scoperto che il suo debito pubblico è più alto di quanto era stato dichiarato. Una parte era stata occultata con manipolazioni contabili tollerate dalla banca centrale greca. E poiché anche i debiti di Portogallo e Spagna sono sotto tiro, a causa degli alti deficit dei bilanci pubblici e dello squilibrio del commercio estero dei due stati, l'euro ne risente negativamente. Ciò per tre ragioni.
In primo luogo gli operatori finanziari di aree diverse dall'euro, fra i quali emergono i cinesi, impensieriti dai casi di Grecia, Portogallo, Spagna non hanno più tanta voglia di investite in titoli dell'area euro. È vero che anche l'investimento in dollari non è più attraente come prima. Ma si deve confrontare uno zoppo con uno storpio.
In secondo luogo, poiché la diminuita attrazione dei titoli in euro ha fatto scendere la valuta unica, coloro che erano attratti dall'investimento in euro, perché speravano di lucrare su un aumento del cambio col dollaro, adesso lo vedono scendere anziché salire. E coloro che operano sui mercati a termine, giocando sui rialzi e sui ribassi delle valute e dei titoli, adesso non fanno più i rialzisti sull'euro. Una parte di loro gioca sul ribasso della nostra moneta.
C'è poi una terza ragione, anche più importante di queste due, che vale a tenere a freno la quotazione dell'euro rispetto al dollaro. Ed è che Grecia, Portogallo, Spagna debbono tagliare le spese ed aumentare le imposte per fare fronte al proprio impegno di risanamento finanziario. Ciò è essenziale sia per calmare le ansie degli investitori internazionali, sia per potere ottenere l'aiuto di Bruxelles e degli Stati dell'euro non investiti dalla crisi. La condizione preliminare di tale eventuale aiuto è che gli stati in difficoltà facciano ogni possibile sacrificio, prima di pretendere il soccorso degli altri. Ciò nell'interesse generale alla credibilità dell’area dell’euro. Ora, se questi Stati debbono fare i sacrifici, la loro domanda scende. E, dunque, la banca centrale europea deve tenere basso il proprio tasso di interesse per evitare che alla bassa domanda interna dei tre Paesi si aggiungano anche nuove difficoltà di credito, dovute a un rialzo del costo del denaro. Inoltre la Bce deve tenere bassi i tassi per favorire la collocazione all'interno dell'euro zona della maggior quota possibile del debito pubblico emesso dagli Stati membri. Così gli investitori internazionali sanno che i rendimenti dei depositi bancari nell'euro zona rimarranno bassi perché la Bce nel futuro prossimo non aumenterà il costo del denaro, come prima sembrava.
L'euro basso ci giova, poiché le esportazioni e il turismo saranno facilitati. Ciò sia perché le esportazioni delle merci e dei servizi in euro si traducono in un minor prezzo in dollari, sia perché le importazioni dall’esterno rincarano e diventano meno competitive rispetto alle produzioni dell’area euro. Questo vantaggio per noi italiani non è tanto rilevante nei confronti degli Stati Uniti, a cui vendiamo prodotti di qualità, e che non ci vendono merci di basso costo; quanto verso gli altri Stati, con valute agganciate al dollaro. Il vantaggio competitivo dell’euro basso vale, in particolare, nei confronti dello yuan (o remimbi) cinese, che è sottovalutato rispetto al dollaro del 30% almeno, e nei confronti dello yen giapponese, dello won coreano, del riyal saudita e del real brasiliano. L’euro basso è un vantaggio non solo per tutti gli Stati dell’euro ma anche gli Stati europei vicini la cui valuta è agganciata all’euro. Però, poiché l’euro basso dipende dalla crisi del debito degli Stati non del tutto credibili, occorre perseverare nella prudenza nei conti pubblici che ha sin qui caratterizzato la linea Berlusconi-Tremonti.