Con l’euro prodiano mal comune nessun gaudio

Carissimo Granzotto, né il nuovo «puttanagate» del quale è vittima Bertolaso, né l’esordio del Festival di Sanremo con l’angosciosa incognita di Morgan, né, lo dico da tifoso, il risveglio del Milan può distrarci dalla presenza in seno al consesso europeo di mine vaganti come Grecia e Spagna. La moneta unica ci obbliga a guardare ai dissesti economici di quei Paesi con occhio interessato: se l’ascensore del condominio non ferma al terzo piano, anche io che sto al secondo devo contribuire alle spese per ripararlo. E dunque, l’immagine della Bella Europa magistralmente avviata sulla strada del benessere e del progresso sta forse scricchiolando?
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Diciamo, caro Piscitelli, che scricchiola sinistramente la visione prodiana dell’Europa, quella tutta rose e fiori, quella assimilata a un’oasi di beatitudine civile, sociale e economica, quella degli alti princìpi e valori e ideali, del paradiso dei lavoratori e dei risparmiatori. Perché a dare, a noi italiani, quel volto all’Europa fu lui, Romano Prodi e non poteva non uscirne una immagine caramellosa, ingannevole, campata in aria. Me le ricordo le obiezioni degli euroinvasati al mio scetticismo: ma non capisci? L’Europa metterà fine alle finanze allegre, ordine nei conti, imporrà rigore, disciplina e onestà nell’amministrazione della cosa pubblica, obbligherà ad azzerare il debito pubblico... Gli stessi euroinvasati che levarono osanna al Trattato di Maastricht e fecero del «patto di stabilità» il loro Vitello d’oro. Che si rivelò di princisbecco perché i famosi, i mitici «parametri» furono subito disattesi proprio da coloro che con tanta solennità li avevano fissati e sottoscritti. Poi venne l’euro, anche questo con il volto di Romano Prodi. Venne l’euro e ci fece tutti più poveri. Dimezzò i redditi: dieci euri pesarono subito, da un giorno all’altro, diecimila delle lire che avevamo ancora nel portafogli. Veniva da chiedersi, senza alcuna malizia antieuropea: non è che abbiamo fatto il passo più lungo della gamba? Non è che ci ingabbiamo in un sistema monetario che non offre, all’occasione, vie di scampo? Otto anni sono trascorsi, ma non ho dimenticato la risposta di un noto economista, diventato in seguito ministro, alle mie perplessità: non sarai, spero, nostalgico di mezzucci come le manovre sui cambi? Mezzucci. Ma s’era mai affacciata, ai tempi dei mezzucci e dunque delle monete nazionali, l’ipotesi di uno Stato sull’orlo di una non metaforica bancarotta? Non che quando circolavano pesetas, dracme e lire mancassero i «PIGS» - simpatico acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, nazioni comunitarie con i conti fuori controllo - ma stando alla predicazione prodiana, in virtù di Maastricht, del patto di stabilità, dei parametri e compagnia bella l’Europa avrebbe messo fine alla figura dello Stato «maiale». S’è visto.
Prenda la Grecia, caro Piscitelli: è nei guai fino al collo, con un piede già nel vuoto che sovrasta il fallimento per insolvibilità: le difettano infatti una cinquantina di miliardi per coprire i buchi. Otto anni fa la sua Banca centrale avrebbe fatto ricorso ai «mezzucci» per alleggerire, senza troppo spargimento di sangue, il debito. E oggi, invece? Oggi, grazie all’euro, non resta che farci - noi contribuenti italiani assieme ad altri soci europei - carico della sua insolvenza. E magari domani accollarci anche quelle della Spagna o del Portogallo. Be’, obietteranno gli euro invasati, è il principio di solidarietà che anima e sostiene l’ideale europeo. L’Europa è bella anche per questo, perché ci si aiuta a vicenda, da bravi compagnoni. Parole sante, eh, caro Piscitelli? Parole molto prodiane. Però che pena un’Europa che doveva proiettarci in capo al mondo, tornare a farci forti, competitivi, influenti e ricchi, ridotta a essere una cassa mutua, solo qualcosa di più del Monte di Pietà.