L’euro sfonda tutti i record contro il dollaro

A deprimere il biglietto verde è il differenziale dei tassi con l’Europa

L’euro rompe gli argini, sfonda quota 1,37 dollari e vola al nuovo record storico. La moneta europea ha toccato il massimo da otto anni e mezzo: 1,3740 dollari, ben oltre il precedente record storico del 27 aprile scorso quando aveva raggiunto 1,3681 dollari.
A spingere in su l’euro sono più fattori. Innanzitutto i differenziali tra i tassi Usa ed europei, con la Fed bloccata da tempo a quota 5,50% e la Bce al 4%, ma pronta a rialzare il costo del denaro al 4,25% a settembre-ottobre e probabilmente al 4,50% a dicembre. Gli investitori scommettono quindi contro il biglietto verde, anche perché il premio offerto dai bond pubblici Usa tende a ridursi rispetto a quello sui rendimenti dei titoli pubblici europei, contribuendo a far defluire i capitali dalle attività denominate in dollari verso altre forme di investimento più redditizie.
Inoltre l’attesa per l’intervento serale del presidente della Fed, Ben Bernanke, ha contribuito ieri a far innervosire i mercati. Sul biglietto verde pesano poi le incertezze sulla crisi dei mutui subprime Usa, quelli concessi ai creditori più a rischio, che negli ultimi giorni si è acuita. Lunedì il Credit Suisse ha fatto sapere che le perdite registrate dal mercato dei bond garantiti dai mutui subprime potrebbe lievitare fino a 52 miliardi di dollari, soprattutto per effetto dei prestiti poco trasparenti degli hedge fund, i fondi speculativi ad alto rischio. E ieri l’agenzia Standard & Poor’s ha annunciato che potrebbe tagliare i rating su 12 miliardi di bond garantiti dai mutui subprime, poiché le perdite sarebbero superiori alle attese.
Sul mercato delle valute, anche la sterlina è salita al nuovo massimo da 26 anni sul dollaro, a quota 2,0246, mentre l’euro è sceso sotto quota 168 yen dopo aver toccato lunedì il nuovo record storico di 168,51 yen.
In serata Bernanke, durante il suo intervento al National bureau of economic research di Cambridge, in Massachusetts, ha detto che il boom dei prezzi petroliferi degli ultimi mesi non ha causato alcuna crisi recessiva nell’economia Usa. Il presidente della Fed ha osservato che le oscillazioni nei prezzi volatili di energia e alimentari avranno un impatto minimo sull’inflazione finché le attese d’inflazione verranno mantenute salde. «Se le attese d’inflazione saranno ben ancorate, cambiamenti in energia (e alimentari) dovrebbero avere un’influenza relativamente scarsa sull’inflazione “core“, cioè l’inflazione senza i prezzi di energia e alimentari», ha detto Bernanke. Proprio ieri il barile, a quota 72,84 dollari, ha toccato il record da undici mesi. Secondo alcuni analisti, gli economisti potrebbero dover fare più attenzione alle ampie misure dell’inflazione che includono alimentari ed energia, data la recente persistenza dei rialzi in questi prezzi.
Bernanke è apparso tuttavia appoggiare fermamente la longeva pratica della Fed di concentrarsi maggiormente sulle cifre dell’inflazione «core» nel fissare la politica monetaria. «L’inflazione è meno soggetta di quanto non fosse prima ai cambiamenti del prezzo del petrolio e ad altre scosse» ha detto.