L’euro torna ai livelli del maggio 2004

Moneta unica in discesa fino a 1,1801 dollari: pesano il differenziale con i tassi Usa e l’immobilismo della Bce. Ora i riflettori si spostano sul deficit commerciale Usa

Rodolfo Parietti

da Milano

Trichet parla, Greenspan agisce: è nel diverso modus operandi di Bce e Fed che va trovata la chiave della debolezza dell’euro, sceso ieri fino a un minimo di 1,1801, un livello che non veniva raggiunto dal maggio 2004.
Neppure il deludente risultato occupazionale negli Stati Uniti, con appena 56mila nuovi posti di lavoro creati in ottobre contro i 120mila previsti alla vigilia dagli analisti, ha dato la scossa alla moneta unica. Dopo aver appena accennato un movimento ribassista, il dollaro è ripartito con rinnovato vigore. Per quanto inferiore alle attese, il dato sullo stato di salute del mercato del lavoro Usa (che andrà comunque depurato dagli effetti negativi provocati dagli uragani) non cambia infatti il giudizio secondo cui la crescita economica americana resta solida, come peraltro confermato proprio da Greenspan giovedì scorso, a distanza di due giorni dalla dodicesima manovra consecutiva al rialzo che ha portato i tassi al 4%. L’accento posto dal presidente uscente della Fed sugli aumentati pericoli di surriscaldamento dell’inflazione, è il segnale inoltre - secondo gli analisti - che la banca centrale non interromperà la lunga fase dedicata alle strette monetarie. Non a caso, le previsioni collocano il costo del denaro Usa al 5% nei prossimi mesi. L’arrivo, in febbraio, di Ben Bernanke al timone della Fed potrebbe del resto accelerare il processo di aggiustamento del costo del denaro come misura di contrasto al carovita.
Al momento, la forbice tra i tassi americani e quelli di Eurolandia sembra destinata ad allargarsi. Le parole pronunciate giovedì scorso da Jean-Claude Trichet hanno deluso i mercati. Il banchiere francese ha detto che la Bce è pronta «ad agire in qualsiasi momento», ma non ha offerto alcuna indicazione sul timing dell’intervento. Nell’ultimo periodo i mercati avevano invece maturato la convinzione che l’istituto di Francoforte si sarebbe mosso in dicembre per circoscrivere le spinte inflazionistiche indotte dal caro-petrolio e che, dunque, all’inizio di novembre Trichet avrebbe usato toni ben più aggressivi per preparare il terreno alla manovra. Così non è stato, anche se il momento del rialzo dei tassi - il primo in cinque anni - è comunque più vicino. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Rodrigo Rato, ha però invitato la Bce a non alzare i tassi.
Un ulteriore rafforzamento del dollaro non è però del tutto scontato, spiegano gli analisti. Per giovedì prossimo è atteso il primo banco di prova, con il dato sul deficit commerciale Usa in ottobre. Se il passivo dovesse peggiorare, a dispetto dei recenti proclami dell’amministrazione Bush di riportarlo al di sotto del 2% del Pil, la corsa del biglietto verde avrebbe vita breve.