L’Europa di Prodi è solo un inno sul telefonino

L’Europa di Prodi? È una suoneria di telefonino. Non è molto, ma bisogna accontentarsi. L'ha dichiarato lui stesso: «Nel mio cellulare c'è l'inno», dice. L'inno sarebbe quello ufficiale dell'Europa, cioè l'inno alla gioia, un nome che in questo momento suona quasi come uno sberleffo musicale, un paradosso del pentagramma, ironia in re bemolle. Povero Prodi, poco re e molto (be)molle: tutto si accanisce contro di lui. Se non avessimo appena pagato le tasse, beh, ci farebbe quasi tenerezza.
Persino l'Europa, la sua Europa, gli ha voltato le spalle. È stato il rifugio degli anni bui, poi il mantra di ogni predicozzo: adesso è la suoneria di un telefonino che ogni giorno porta rogne. E fa un certo effetto vedere che mentre l'Italia intera si accalca attorno alla madonna veltroniana, lui rimane lì, sbeffeggiato dai gemelloni polacchi, infinocchiato da Blair e tenuto fuori persino dalla riunione decisiva del vertice di Bruxelles. «Nella stanza c'erano Merkel, Blair, Sarkozy, Zapatero e Juncker. Lei non c'era. Si è sentito emarginato?», gli chiede il corrispondente di Repubblica. E lui: «Per niente. Mi sembrava più utile presiedere la riunione nella sala italiana con le altre otto o nove delegazioni...». Che è un po' come se uno che non riesce a entrare nella stanza di Monica Bellucci, dicesse: preferivo stare nella sala accanto con un cefalo a parlare del futuro ittico del Paese. Sicuro, come no.
Concluso il vertice Ue, ora tutti s'interrogano su quel che sarà il futuro dell'Europa. E forse il futuro dell'Europa non è allegro. Ma sempre meglio del futuro di Prodi, avviato a un malinconico declino, in cui l'unica gioia, politicamente parlando, è l'inno che suona sul telefonino. Ripetiamo: non fosse per i disastri che ha combinato, farebbe quasi compassione: persa ogni arroganza, vacilla per le contrade del continente beccando fischi a ogni passo. Quando può fugge, a volte si nasconde, ma poi il Paese insorge, i ministri si ribellano, in Parlamento saltano fuori più insidie che in un rettilario incustodito. Tanto per dire: Repubblica, che è Repubblica, fa seguire l'intervista europea di Prodi da una paginata molto italiana sulle Stalingrado in Laguna, cioè le roccaforti rosse in Veneto. Ebbene, anche lì, a Campagna Lupia, tra Pozzolo di Camponagra e Bojon di Campolongo, tra i compagni pescatori di Chioggia e i serenissimi nostalgici di Togliatti, sapete che si dice? La sintesi, molto semplice, è della medesima Repubblica: «La zavorra è Prodi».
Ma sì: da Campagna di Lupia a Bruxelles, la zavorra è Prodi. E così mentre le folle osannanti portano in giro il nuovo idolo kennedyano botton down, il Professore beve l'amaro calice dell'ultima sconfitta, quella sul terreno amico, in quell'Europa che ci aveva propinato a ogni comizio elettorale. Non era lui quello che doveva riportarci agli onori continentali? Non era quello che doveva darci un ruolo da protagonisti fra i Dodici? Eccoci lì: tenuti fuori dalle stanze che contano, mesti e rassegnati, bastonati dai giornalisti amici, poco considerati dalla Merkel e da Sarkozy, perfino spaventati dai gemelloni Kaczynski, mentre gli altri alzano i Tony (Blair).
Così finisce l'impero Romano: gli altri agiscono e decidono, e lui ascolta l'inno alla gioia sul suo telefonino. Che tristezza. Alla fine, sull'orlo della depressione, non trova di meglio che appellarsi alle emozioni. Le emozioni dell'Europa, capite? Proprio lui che per anni ha gestito l'Europa solo per il potere, ammaestrando i palazzi e i retrobottega, tutta la burocrazia con il diametro dei piselli e la circonferenza dei cetrioli, lui che da sempre ha sguazzato in mezzo alle lobbies e alle curvature delle banane, tanto che ai suoi tempi qualcuno parlava di regime «pedantocratico» e di nuovo Politburo, adesso scopre le emozioni. Ma di che emozioni parla, a parte quelle che ci darà la sua caduta?
La verità è che Prodi non sa più che fare, non sa più cosa dire, ci espone a brutte figure internazionali, aggirandosi ormai come un pugile suonato sul ring della politica mondiale. Quando l'intervistatore di Repubblica gli chiede se ha qualche idea concreta per il futuro dell'Europa, l'unica cosa che sa rispondere è: «Occorre un momento di pausa, diciamo una decina di mesi». Come se l'Europa di pausa non ne avesse avuta già abbastanza. E come se fra dieci mesi lui ci fosse ancora.
Mario Giordano