«L’Europa può battere Al Qaida in tre mosse»

La voce è cavernosa, come sempre. L’accento tedesco, nonostante abiti da 67 anni negli Usa. Le analisi lineari, brillanti, originali. Anche qui verrebbe da dire: come sempre. Henry Kissinger è stato consigliere nazionale per la Sicurezza, segretario di Stato, premio Nobel per la pace. Fu lo stratega della distensione con l’Urss e di una svolta epocale: la normalizzazione dei rapporti tra Cina e Usa. Tempi lontani, tra il ’69 e il ’77, ma contrariamente ad altri grandi ex della politica, lui non è mai davvero uscito di scena. Dagli anni Ottanta ad oggi Kissinger ha continuato a essere uno dei protagonisti della Washington che conta. Repubblicano convinto ma stimato dai democratici, capisce le dinamiche della politica internazionale come pochi altri. Quelle dinamiche che analizza in questa intervista concessa in esclusiva al Giornale.
Partiamo dall’Irak: la guerra è finita oltre due anni fa ma gli attentati continuano. E ora? Come devono comportarsi gli Usa e i loro alleati?
«Dobbiamo capire che ciò che noi chiamiamo terrorismo è perpetrato da islamici radicali. È rivolto contro l’Occidente ma anche contro l’Islam moderato. La futura stabilità del mondo dipende in modo cruciale dalla nostra capacità di sconfiggere l’estremismo islamico. Qualunque siano stati, in passato, i motivi di attrito tra gli Usa e alcuni Paesi europei, ora c’è bisogno di un approccio comune e di una strategia unitaria. La mia impressione è che dopo gli attentati a Londra e Madrid, i Paesi europei abbiano iniziato a capire di essere loro stessi dei bersagli e di non voler vivere costantemente sotto pressione; dunque ora sono pronti a rafforzare la cooperazione con gli Stati Uniti».
In quest’ottica non bisogna abbandonare l’Irak...
«Io, come noto, avrei preferito risolvere la questione Saddam ricorrendo ad altre strategie, ma a questo punto bisogna andare fino in fondo, è un imperativo. Se fallissimo in Irak e a Bagdad si instaurasse un governo teocratico estremista i radicali riceverebbero un fortissimo impeto con conseguenze destabilizzanti per tutto il mondo islamico».
Ma l’Europa come può vincere la battaglia contro Al Qaida?
«Per sconfiggere il terrorismo America ed Europa devono accordarsi su diversi punti. Il primo riguarda il finanziamento dei terroristi che proviene da alcuni Paesi-chiave: è necessario un monitoraggio sistematico per tagliare questi fondi. Secondo, le forze di polizia e i servizi segreti devono coordinarsi in modo ancor più stretto. Terzo, bisogna sviluppare un programma comune di sostegno ai musulmani moderati per sviluppare la visione, positiva, di un Islam moderno; un programma che includa anche un piano unitario sul futuro della Palestina; ma sarà un processo lento che alla fine ridurrà gli estremisti islamici allo stesso livello dei criminali».
Ma cosa intende per Islam moderato? Si riferisce alle comunità musulmane in Occidente? Eppure Blair ha appena annunciato di voler cambiare le «regole del gioco»...
«Blair ha messo in chiaro che la Gran Bretagna non può essere sconfitta in nome del multiculturalismo. I musulmani in Europa devono essere trattati con rispetto e devono poter contare sugli stessi diritti democratici degli altri cittadini. Al contempo sono necessarie nuove severe misure contro chi vuole rovesciare le istituzioni e i valori delle società in cui vivono. Questo è un problema che ogni Paese deve affrontare individualmente, ma in linea di principio condivido le misure annunciate da Blair».
Ma individuare l’Islam moderato in Medio Oriente non è semplice. Ad esempio l’Arabia Saudita è un alleato cruciale degli Usa, ma promuove il wahabismo ovvero una visione integralista dell’Islam. Ora Bush chiede a Riad e a un altro Paese cruciale, l’Egitto, di aprirsi alla democrazia: con quali chances di riuscita?
«Il governo saudita può essere considerato moderato, ma la società saudita no. E il governo di Riad per scelta o per incapacità non ha fatto tutto quel che era necessario per indebolire e sconfiggere gli estremisti. L’Egitto ha appoggiato con convinzione soluzioni moderate in Medio Oriente. Ora gli Usa hanno un obiettivo di lungo periodo: vorrebbero vedere questi due Paesi incamminarsi verso la democrazia, ma a Washington ci sono opinioni divergenti sulle chances di successo di questo processo. Personalmente ritengo che non sia facile conciliare simultaneamente le operazioni in Irak e l’introduzione della democrazia in Egitto e in Arabia Saudita».
Un altro Paese fondamentale è l’Iran: il governo di Teheran sta riprendendo la produzione di uranio. Lei recentemente ha scritto che l’America deve considerare un’azione militare. Quel momento è arrivato?
«Io ho detto che il pericolo della proliferazione nucleare riguarda tutta l’umanità e finora siamo stati fortunati che armi atomiche non siano state usate; ma sarebbe folle credere che essendoci dozzine di Paesi con armi di distruzione di massa, queste non vengano mai utilizzate o che non possano finire nelle mani di terroristi. Considerata la gravità della minaccia, non si può escludere preliminarmente la possibilità di un’azione militare, ma non credo che questo momento sia giunto e continuo a sperare che ci sia spazio per la trattativa con Teheran».
Un ruolo decisivo verrà svolto dall’intelligence, che però appare divisa: c’è chi sostiene che l’Iran sia a un passo dall’atomica e chi ritiene che ci vorranno almeno dieci anni. A chi credere, considerati gli errori di valutazione compiuti in Irak sulle armi di Saddam?
«Io non posso accettare che con le ampie risorse d’intelligence di cui dispone ogni Paese non sia possibile ottenere un quadro preciso e realistico della situazione. Dunque mi aspetto che i tre Paesi europei che stanno conducendo le trattative e gli Usa raggiungano una conclusione condivisa».
Dunque lei ritiene che i servizi segreti possano recuperare quella credibilità che oggi appare incrinata...
«Sì ed è fondamentale che questo accada».
Israele si ritira da Gaza, è l’inizio di una nuova era tra lo Stato ebraico e i palestinesi?
«Questa è la sfida per entrambi e potrebbe portare all’applicazione di principi analoghi in altre aree occupate. Se questo accadrà sarà l’inizio di un nuovo processo che potrebbe portare a più ampie dislocazioni all’interno e tra i due Paesi. Il mese prossimo toccherà agli Stati Uniti e agli alleati europei mediare tra le due parti adattando la propria strategia alla nuova situazione creatasi con il ritiro di Gaza; sarà un passaggio molto importante».
Passiamo alla Cina. Se esaminiamo i recenti eventi in una prospettiva più ampia vediamo che gli Usa hanno creato nuove basi militari in Asia e rafforzato i rapporti con l’India, mentre la Cina sta ricostituendo le proprie forze militari e cerca alleanze con Paesi ricchi di greggio come Russia, Venezuela, Sudan. Tra Washington e Pechino è gia iniziata la guerra strategica di lungo periodo?
«Dipende dalla leadership dei due Paesi; io non penso che sia necessaria e che non sarebbe positivo per il mondo se questa guerra iniziasse. Per Pechino la ricerca di risorse come il petrolio è un fatto naturale che non è rivolto contro Washington; per gli Usa la ricerca di buoni rapporti con l’India è naturale e non è rivolta contro la Cina. Il centro di gravità del mondo si sta spostando verso l’Asia, dove le relazioni tra Paesi non sono immobili come quelle che conosciamo in Europa e dunque ci sarà un processo di aggiustamento globale. Io mi aspetto - lo spero - che Cina e Usa mantengano uno spirito di cooperazione e non di confronto».
Ma se l’asse si sposta verso il Pacifico, quali saranno le conseguenze per l’Europa? Che cosa dobbiamo fare per salvaguardare il nostro ruolo nel mondo?
«L’Europa deve restare competitiva, ma non perché lo diciamo noi, ma perché sono le sue industrie e il suo sistema economico a dimostrarlo. In secondo luogo, Europa e America devono decidere se l’Alleanza atlantica è ancora importante. Io ritengo di sì, ma la partnership deve essere diversa rispetto a quella dei tempi della Guerra Fredda perché la minaccia non è più costituita da una grande potenza militare; la sfida ora è rappresentata dalle capacità di adeguarsi allo sviluppo politico dei continenti, che è flessibile. Infine, per continuare a contare nel mondo l’Europa deve decidere il proprio futuro e definire le proprie istituzioni. Ma questo è un passo che deve compiere da sola».
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