L’Europa può crescere se c’è coesione sociale

Il Giornale di lunedì 17 ha ospitato un articolo del professor Mario Talamona, relativo alla direttiva «Servizi» (cosiddetta Bolkestein), fortemente critico verso il centro-sinistra, reo di aver un atteggiamento ambiguo e di esprimere contrarietà alla liberalizzazione dei servizi in Europa. Nel mettere all’indice il centro-sinistra, Talamona incorre in alcune inesattezze e forzature, che vorrei qui confutare. Ma procediamo con ordine.
Il tema dei servizi nel mercato interno è di una certa rilevanza, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Lo dicono le cifre. La direttiva riguarda un settore che rappresenta il 50% dei servizi ad interesse economico ed il 70% del prodotto nazionale lordo europeo e, dunque, un settore che può fornire un formidabile contributo alla strategia di Lisbona. Del resto dobbiamo essere consapevoli che la società dell’informazione ha messo in moto una nuova dinamica dei servizi, riducendo i costi della trasmissione e dell’acquisizione e accelerando la velocità di diffusione dell’innovazione oltre le frontiere nazionali.
Si sono notevolmente ampliate, nel mercato interno, le potenzialità di domanda e offerta transfrontaliere di servizi. Dunque, creare migliori condizioni per la libera circolazione dei servizi equivale a dare impulso alla dinamica insita nel mercato interno e, quindi, rafforzare la competitività, la crescita e la creazione dell’occupazione nell’economia europea. Ho adeguata consapevolezza che la competitività delle imprese dipenda in maniera sempre maggiore dalla corretta progettazione, gestione e integrazione dei servizi nella conduzione e nelle vendite.
Numerose imprese del settore manifatturiero offrono, già da tempo, servizi accanto alle merci, al fine di creare valore aggiunto e di distinguersi dai concorrenti. La capacità di fornire servizi in modo efficiente è, pertanto, divenuta un fattore fondamentale nella concorrenza, data l’importanza che gli stessi rivestono nel bilancio delle famiglie. La disponibilità di servizi efficaci e di elevata qualità influenza, inevitabilmente, la qualità della vita dei cittadini europei. In questo quadro si pone dunque l’esigenza di rimuovere gli ostacoli ingiustificati ed evitabili all’acquisto o alla vendita di servizi al di là delle frontiere nazionali.
Ora, se questo è un obiettivo sul quale non si può non convenire, è giusto porsi l’interrogativo se il progetto di direttiva in questione vada, o no, nella giusta direzione. La mia risposta è che questo progetto non è coerente con tale obiettivo.
Per eliminare gli ostacoli al mercato interno dei servizi, la proposta introduce una vasta gamma di misure. Tra queste vi è il principio «del paese d’origine» secondo il quale un fornitore di servizi è soggetto soltanto alla legge del Paese nel quale ha sede legale e gli altri Stati membri non possono limitare i servizi di un fornitore che opera in un altro Paese Ue.
Questo è quanto prevede la direttiva a differenza di quanto pensa Talamona. È chiaro che in assenza di meccanismi sufficientemente armonizzati tra i diversi Paesi, tale principio può produrre una serie di conseguenze:
a)interne ai singoli Stati, con una probabile destrutturazione del mercato del lavoro e dei diritti.
b)in generale, il rischio che la concorrenza abusiva diventi reale in ambiti non armonizzati a livello europeo, con conseguenze economiche e sociali negative in diversi settori, come è accaduto nel trasporto marittimo, a seguito delle scelte di «bandiere di comodo». Infatti, questo tipo di misure incoraggerebbe i fornitori di servizi a spostare le proprie sedi legali in quegli Stati membri in cui gli obblighi in materia fiscale, sociale e ambientale fossero meno impegnativi e consolidati.
Se consideriamo poi che il campo di applicazione è assai ampio, tutto ciò può produrre problemi di una certa rilevanza nei cosiddetti Servizi di Interesse Generale (servizi sanitari, istruzione, servizi sociali) che sono da considerarsi beni fondamentali per i singoli Stati. Per questo la mia opinione è che, accanto all’esigenza di cancellare dalla direttiva il cosiddetto principio «del Paese di origine», sia necessario restringere anche il campo di applicazione, escludendo i Servizi di Interesse Generale.
Se davvero si vuole aiutare il processo di costruzione dell’Europa bisogna comprendere che lo sviluppo del Mercato interno, di cui si avverte l’urgenza, deve essere accompagnato da un adeguato rafforzamento della protezione sociale, dei diritti e delle condizioni di lavoro, in equilibrio con i diritti dei consumatori, al fine di mantenere una coesione sociale nell’Unione europea. Questo appare oggi l’obiettivo più sensato: quello di una Europa che non provoca timori e paure ma che intende ridare fiducia e speranza ai cittadini europei.

*Parlamentare europeo, Vice presidente Commissione Affari sociali e occupazione