L’EUROPA SENZA IDEE

La discussione sul che fare di fronte al terrorismo si è subito riaperta in Italia. Il discorso di Tony Blair, ben diverso dalla conclusione a cui era invece giunto Zapatero, l'ha in qualche modo condizionata, perché non ha dato spazio al cedimento, non ha riaperto il buco nero che seguì alla strage di Madrid. La parola «ritiro» è comunque riapparsa nella polemica politica, questa volta anche all'interno della maggioranza, grazie alla distinzione operata dalla Lega. Così come non è mancata l'esortazione - che si era già sentita in passato e che è stata riproposta dal direttore del Corriere della Sera - all'Europa a fare qualcosa. Ma cosa? Ormai da tempo questo è l'argomento di chi si è opposto all'intervento in Irak, per poi riconoscere che il mondo senza Saddam è migliore, che a Bagdad è iniziato un processo di democratizzazione da sostenere e che lo scontro con la rete dell'eversione islamista resta lungo e complicato e non può essere ridotto solo alla questione irachena. È però un argomento monco, denso di sottintesi.
Il primo sottinteso è chiaro: l'Europa dovrebbe fare qualcosa per dimostrare che la sua identità e il suo ruolo nel mondo sono sostanzialmente diversi da quelli dell'America di Bush. È la teoria secondo la quale l'Occidente può essere diviso in due anche di fronte ad Al Qaida. Molte volte si è invocata un'iniziativa politica, capace di contribuire ad una «strategia di uscita» e di superare la contraddizione intervento-ritiro. Però, non si è mai riusciti a scendere nei dettagli di una proposta. Mai in questi anni, né da Bruxelles né da una delle capitali del «fronte del rifiuto», Parigi e Berlino, è uscita un'idea. La ragione non è di difficile comprensione: non esiste una strada migliore di quella che viene seguita ora. Non esistono strumenti più forti per affrontare una sfida che colpisce in primo luogo gli iracheni, che colpisce una parte del mondo musulmano, come si è visto in queste ore con l'uccisione dell'ambasciatore egiziano a Bagdad, e che colpisce, quando ci riesce, anche l'Occidente. Sarà pure una constatazione cruda, ma nessuno finora è riuscito a mettere sulla carta un progetto più credibile di quello via via attuato dopo l'11 settembre dall'amministrazione Bush e dalla «coalizione dei volenterosi», più volte corretto dalle risoluzioni Onu.
Se manca un'alternativa, allora anche il secondo sottinteso è abbastanza chiaro: l'Europa deve mettersi alla ricerca di una sua via di uscita, capace di metterla al riparo dalla minaccia. Qui, intanto bisogna capire cosa si intende per Europa, visto che c'è una crisi profonda e che l'implosione dell'asse franco-tedesco è stata anche la sconfitta dell'illusione di un secondo Occidente, capace di essere competitivo con il primo, con l'America. Si parla quindi di un soggetto per ora difficile da definire. Ma al momento l'unica via di uscita separata - non solo rispetto a Washington, ma anche rispetto al processo di democratizzazione in atto a Bagdad - si esprime solo attraverso la parola ritiro. E non certo ritiro graduale, secondo le tappe fissate in sede Onu, ma ritiro politico.
Non è un caso che finiscano con il coincidere le visioni tradizionali della sinistra e quelle neo-isolazioniste che sta sempre più sventolando la Lega. Chi ritiene che non ci si debba spendere lungo la strada del sostegno diretto ai processi di democratizzazione non ha oggi altra strada che quella di sperare di tirarsi fuori, immaginando un bipolarismo globale fra Stati Uniti e fondamentalismo islamista. Ma quella di una «pace separata» o di uno status quo possibile con Al Qaida - una nuova Yalta - non è solo un'illusione. È il pericolo di trovarsi disarmati di fronte a un nemico che non ha alcuna intenzione di cedere.