L’Europa si defila, il reclutatore Prodi resta solo

Le Nazioni Unite: «Non dovrete disarmare gli hezbollah»

Gianni Pennacchi

da Roma

«Lunghe e cordiali» son le telefonate di Romano Prodi ma quanto produttive non si sa, anche se infine a sera è giunta dall’Onu la bozza del documento con le regole di ingaggio, che il nostro governo giudica «buone»: le forze di pace in Libano avranno ruolo «attivo», possono sparare. Ma anche la giornata di ieri è stata consumata dal premier in una girandola di conversazioni telefoniche planetarie, seguita ognuna da relativa nota ufficiale, una pioggia di comunicati vanificata dalla calura tropicale che grava sulla capitale deserta. Tant’è, la telefonata col francese Jacques Chirac è stata «cordiale ed amichevole», «lunga e cordiale» quella con la tedesca Angela Merkel, «fruttuosa» col turco Recep Tayipp Erdogan, frenetiche e pressanti - questo il comunicato non lo dice ma risulta evidente - col segretario generale dell’Onu Kofi Annan. Nel tardo pomeriggio, essendo a Trento per il premio all’ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, col presidente Giorgio Napolitano ha avuto una telefonata col ministro degli Esteri Massimo D’Alema, «che li ha ragguagliati sugli sviluppi della situazione in Medio Oriente». Il risultato, per quanto possa esser «buona» la proposta dell’Onu, è che il governo italiano resta da solo col cerino in mano.
Ci siamo esposti troppo nell’intonare il «partiam partiamo», e una brigata che abbiamo promesso di spedire in Libano è il massimo per noi ma insufficiente per la bisogna. Occorrono 3.500 soldati entro la fine di questo mese, e 15.000 per il prossimo. Ma non ci sono altri Paesi occidentali disposti a inviare in Libano truppe di terra. Come la Francia, anche la Germania vuol tenere i suoi soldati a guardare il Libano dal mare, e la Turchia sta ancora «valutando l’entità della partecipazione alla missione». Così, quel che Prodi ha ottenuto ieri da Chirac, Merkel, Erdogan e Annan, è la loro partecipazione ad una «azione concertata per sollecitare ulteriori contributi di altri Paesi alla missione Unifil».
Prodi appare dunque impegnato in un’arruffata campagna di arruolamento. È un lavoro che dovrebbe far l’Onu, ma avendo già assicurato - senza se e senza ma, anzi sollecitando il plauso dell’intero Parlamento - 2.500 o 3.000 uomini al più, gli tocca cercar compagni di ventura per non mandare allo sbaraglio i nostri o dover dare il «contrordine, si resta a casa». E che ieri sera dal Palazzo di Vetro siano giunte proposte operative soddisfacenti, e Palazzo Chigi possa vantare che Kofi Annan abbia accolto le richieste fondamentali avanzate dal nostro governo, è una magra consolazione. Perché tra le zolle nel sud del Libano, a far da cuscinetto tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah, per ora sono in partenza soltanto i soldati italiani.
La bozza è stata inviata dopo l’ultima telefonata, nel pomeriggio, tra Annan e Prodi. È giudicata «buona» da Prodi (che l’ha illustrata anche a Napolitano) e D’Alema, dal ministro della Difesa Arturo Parisi e dallo Stato Maggiore. Nonostante il velo di riserbo che avvolge il documento, ancora incompleto e con dettagli da definire, si può anticipare che il nostro governo lo trova appropriato per consentire ai militari del contingente Unifil che sarà dislocato nel sud del Libano, «di poter applicare e dare seguito alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite, al fine di ristabilire le regole e fare applicare la tregua, avviando così il processo di pace».
La novità rispetto alle regole di ingaggio imposte sinora ai Caschi blu in Libano, è che i comandanti del contingente sono messi nelle condizioni di agire «con una certa autonomia», acquisendo una forza e una capacità decisionale che sinora non era stata concessa. Il contingente non sarà dunque una forza di interposizione passiva ma «attiva», i comandi sul campo, se dovesse presentarsi loro l’evenienza di intervenire con le armi, potranno farlo. In soldoni: potranno sparare, senza dover attendere l’autorizzazione del competente ufficio al Palazzo di vetro e senza lasciarsi infilzare passivamente tra due fuochi.
Particolare non secondario, che appaga i nostri governanti: tra i compiti del contingente Onu non c’è quello di disarmare i miliziani sciiti, il problema è per ora accantonato in attesa che possa maturare una «soluzione politica». Ancora da assegnare infine, il comando militare della missione: resterà francese se Parigi invierà anche un consistente numero di fanti, altrimenti sarà italiano «perché nessun altro ha buoni rapporti con le due parti come noi». Del tutto escluso il comando di un Paese islamico.