L’Europa tira il freno: stop all’allargamento

Tutti d’accordo: alt a nuove adesioni senza rivedere le regole. Barroso: la Turchia nell’Ue tra quindici anni

dal nostro inviato a Bruxelles

Congelata la questione turca, pareva che il summit dei capi di Stato e di governo si sarebbe dovuto trasformare in una inutile passerella di commiato dei finlandesi, che dal 1° gennaio prossimo passano la mano ad Angela Merkel. E invece, almeno nelle intenzioni riscoperte ieri sera a cena, l’appuntamento di fine anno nella capitale belga potrebbe anche trasformarsi in un punto fermo dopo mesi di caos.
Intanto è abbastanza distinguibile lo “stop” quasi unanime a ulteriori allargamenti senza che si siano riviste le regole. E, ancora, tra i 25 si è in pratica deciso che non varrà più la tesi dell’assorbimento dei nuovi ingressi (come accaduto per Romania e Bulgaria che dall’avvio del 2007 saranno rispettivamente 26° e 27° Stato dell’Unione), ma dovrà prevalere il principio della capacità di integrazione. In sostanza non si dirà più di sì in maniera pressoché scontata, ma solo davanti a parametri più meticolosi e stringenti che al massimo vedranno coinvolti 34 Paesi, lasciando fuori Ucraina e Bielorussia.
Ma su questo cambiamento, che pure non è cosa da poco, domina la scena ancora la necessità di mettere a punto il “che fare” in una Ue più grande ma semi-paralizzata dal peso di questo allargamento. «Obiettivo del summit è stabilire una linea comune sul futuro», aveva fatto sapere in apertura il premier di Helsinki Matti Vanhanen, presidente di turno uscente. Più chiaro di lui, il primo ministro lussemburghese Juncker: «La questione più importante è sapere se vogliamo andare avanti con continui allargamenti senza aver messo in atto nuovi dispostivi istituzionali o se vogliamo piuttosto rimettere la casa in ordine col consenso dei suoi abitanti».
Non è scontato che tutti si mostrino d’accordo coi buoni propositi, culminati nell’auspicio della Cancelliera Merkel di offrire una soluzione al termine del semestre di guida tedesco, da concretizzare poi entro il 2009. Gli inglesi restano freddi davanti a una simile ipotesi. Anche tra i francesi e i nordici, dubbi ce ne sono, così come tra gli olandesi. Ma il problema maggiore - al di là delle dichiarazioni di facciata - sono le incognite che ancora pesano sull’avvenire di parecchi Paesi. Reggerà la Grosse koalition in Germania? La Gran Bretagna del dopo-Blair non rischia di esser ancor meno europeista di quella dell’attuale inquilino di Downing Street? E chi prevarrà nelle presidenziali francesi, tra qualche mese, avrà la voglia di far rivotare i suoi concittadini sulla Costituzione Europea?
Si marcia al buio, tra assicurazioni e promesse, tra esortazioni e secchiate di ghiaccio. L’Italia, ad esempio, ha promesso tramite Prodi al leader serbo Tadic che intende fermamente sostenere l’adesione di Belgrado alla Ue e che reclamerà un «segnale» forte dal documento finale del summit in favore dei serbi. Ma altri Paesi non vedono di buon occhio questa nostra iniziativa (in Serbia si vota il 21 gennaio). Mentre a gelare i caldi propositi di Ankara di fare ingresso in Europa, ieri ci si è messo Barroso che in un’intervista ha dovuto ricordare che anche se la trattativa, oggi congelata, dovesse andare a buon fine («ci vorranno 10-15 anni», dice), ci sono Paesi, Francia e Austria in prima battuta, che hanno messo in conto referendum sulla questione dell’ingresso turco. E che dunque per Erdogan - punzecchiato ieri dal ministro degli Interni francese Sarkozy, per il quale «Ankara deve capire che non sta all’Europa adattarsi agli altri…» - non è affatto sicuro che la trattativa lo porti al traguardo sperato.
Rinviate a domani le altre questioni calde: Medio Oriente e immigrazione, su cui si cerca una posizione comune, ma anche qui non senza difficoltà. Proprio per via di quella vecchia Costituzione che ingessa tutto se non si ha l’unanimità dei consensi.