L’Europa unita è divisa dal bilancio comunitario

Caro Granzotto, come sempre succede chiodo scaccia chiodo e il referendum sulla procreazione assistita con i suoi strascichi politici ha fatto passare in secondo piano i lavori del Consiglio dei ministri europei per varare il bilancio comunitario. Siccome a quel bilancio contribuiamo tutti noi cittadini, potrebbe sinteticamente ragguagliarci sulle ragioni del contendere e sul perché non pare riescano a mettersi d’accordo?


Presto detto, caro Costa. Due sono i motivi di scontro (all’arma bianca e da fuoco): la percentuale del Pil che gli Stati membri devono versare nelle casse dell’Unione e il rebate (poi vedremo cos’è) anglosassone. Sei nazioni - Francia, Germania, Inghilterra, Olanda, Svezia e Austria - sono per versare l’uno per cento del Pil che tradotto in palanche significa 815 miliardi di euro tra il 2007 e il 2013. La Commissione ex Prodi pretende invece l’1,21 per cento (994 miliardi di euro). Il Lussemburgo, attualmente presidente dell’Unione, propone una via di mezzo, l’1,06 per cento (871 miliardi di euro). Va ricordato, eccome se va ricordato, che in Europa c’è chi dà e non riceve niente in cambio e chi riceve in cambio più di quello che versa. Per far prima diremo che a incassare più di quel che danno sono l’Irlanda, il Portogallo, la Grecia e la Spagna, che fa la parte del leone. Noi siamo al limite: 0,8 per cento in rosso (contro, ad esempio, il 7,7 della Germania). Ma va altresì ricordato che gira e rigira, dài e prendi, la Spagna e la Francia, nell’ordine, sono i massimi beneficiari delle politiche comunitarie. E veniamo al rebate, che significa rimborso e indica il «meccanismo di correzione dei disequilibri di bilancio». Al grido di I want my money back, rivoglio la mia grana indietro, esso fu reclamato da Margaret Thatcher nel lontano 1984 e consente all’Inghilterra, Dio salvi sempre la Regina, di recuperare sic et simpliciter i due terzi di quanto versa alle voraci casse eurolandiche. Dopo anni di mugugno i soci dell’Unione, Francia in testa, sono passati ai fatti intendendo metter fine a quel privilegio. Ah sì?, risponde Tony Blair: benissimo, rinunciamo al rebate se contemporaneamente si taglia drasticamente la quota di bilancio destinata alla Pac, la Politica agricola comune. Dei cento e passa miliardi di spese annue, l’Ue ne destina alla Pac quasi la metà: 49 miliardi di euro. Una follia, sostiene Londra. Doppia follia - ed ecco i termini della rappresaglia - se si considera che larga parte di quei 49 miliardi finiscono proprio ai paysans, agli agricoltori francesi.
Perché quello scrigno di probità, solidarietà, correttezza e rigore rappresentato (a parole) dall’Europa è, per dirla col Padrino, ai materassi? Perché qualche bello spirito, un Romano Prodi, mettiamo, spinse come un invasato sull’acceleratore dell’allargamento. Così che l’ingresso nell’Europaradiso di dieci soci se non con le pezze al sedere quantomeno con una gran voglia di mettere le mani sul grisbì comunitario obbliga Bruxelles a batter cassa e a ridistribuire il grisbì medesimo. La Polonia, ad esempio, Paese a forte incidenza agricola, già si frega le mani pensando alla manna rappresentata dalla Pac, atteggiamento che però fa sudar freddo la Francia la quale paventa dolorosi tagli alla sua quota di contributi agricoli. Sarà dura, molto dura far quadrare il cerchio, specie nel clima di eurosconforto determinato dal doppio «no» franco-olandese. E anche se alla fine in qualche modo la quadratura salterà fuori, se ne torneranno tutti a casa coperti di lividi e pieni di rancore. Quel che ci vuole, insomma, per far l’Europa più grande e più bella che pria.

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