«L’eutanasia non è il calcio Basta coi tifosi della morte»

Parla Giuseppe Casale, uno dei medici che ha seguito Welby e si è rifiutato di staccargli il respiratore

Da una vita fa la sentinella lungo il confine più labile che esista, quello tra lo stato di salute e lo stato di morte. Abruzzese di Tagliacozzo, cinquantuno anni, sposato e papà di un figlio, il dottor Giuseppe Casale si è formato scientificamente a Roma, e a Roma ha messo radici. Oncologo, da una ventina d'anni dirige Antea, un corpo speciale del nostro esercito medico che s'è dato come missione l’assistenza ai malati più gravi e più afflitti, fino all'ultimo respiro. Cure palliative, terapia del dolore, calore umano: tutto un armamentario che spesso suona eretico nel mondo asettico della medicina.
Convocato anche a casa Welby, Casale prontamente si è presentato. Ma altrettanto prontamente si è dichiarato inutile: non contassero su di lui per staccare la spina. Uguale, per lui e per gli ultrà dell'eutanasia, il nemico: l'accanimento terapeutico. Ma totalmente opposte le soluzioni. Parlandone con calma, lievemente, fuori dalla guerra tra bande che ormai ha sovrastato la pietà umana, la sentinella dell'ultimo confine così spiega il suo credo.
Dottor Casale, che cosa ha offerto a Welby?
«Quello che offriamo noi da vent'anni: un'alternativa all'eutanasia. Arrivati a un certo punto, la sofferenza fisica e psicologica diventa davvero incontrollabile e insopportabile. Io dico: sono pronto a sedarti, per non farti soffrire. Poi farà la natura. Ma non sono disposto a staccare la spina. Che si vada lì per decretare la fine di un essere umano, spero nessuno me ne faccia una colpa, non riesco a concepirlo».
È il caso estremo anche per lei, Welby?
«Mai successo, in questi termini. Ne avrò affrontati diecimila. Malati terminali di tutte le età. Ultranovantenni, ma anche bambini. Ogni volta assistere a queste morti è un fatto traumatico. Ti obbliga a guardarti dentro. Il malato ti implora, non ce la fa più. La mia sola risposta è questa: tu soffri, io ti aiuto concedendoti un sonno incosciente. Ma la morte deve arrivare da sola, senza scorciatoie».
Se da casa Welby l'avessero chiamata puntando già all'eutanasia, ci sarebbe andato?
«No. Non è il mio genere. Io sono sull'altra sponda. In tutto il mondo, ormai, s'è capito che con i farmaci giusti, senza lasciare il malato nell'abbandono, le cure palliative sono l'alternativa vera all'accanimento terapeutico. Purtroppo, l'Italia è ancora ai primordi… ».
Che cos'è, per lei, accanimento terapeutico?
«Un malato terminale che arriva al pronto soccorso e viene intubato. La chemio nell'ultimo giorno di vita. Questo è inutile accanimento».
Vent'anni fa ha fondato Antea: a quale sentimento ha obbedito?
«Vedevo in corsia tanta gente affetta da mali atroci, che ti distruggono fisicamente e psicologicamente. Gente abbandonata a se stessa, magari perché senza soldi. L'idea che ho maturato è semplice: non possiamo lasciarli soli. Ho cercato di realizzare quello che consideriamo un luogo comune: morire in santa pace».
Lei è credente? Ci ha giocato anche la fede, in queste decisioni?
«Sì, io sono credente. Anche se non sono un grande frequentatore di chiese. Spero vivamente abbia ragione un prete che un giorno mi disse queste parole: col lavoro tuo, preghi già abbastanza».
Perché parla di solitudine del malato?
«Sua, ma anche della famiglia. Chi ha provato sa cosa intendo. La notizia di un male incurabile getta nella disperazione. Davvero il malato e i suoi cari si sentono perduti. È in quel momento che il medico deve dare qualcosa di più e di meglio».
Ma lei è per dire tutta la verità subito, o è meglio la bugia?
«La bugia crea aspettative, destinate poi a naufragare nella disperazione. Meglio la verità. Ma c'è modo e modo. Quando si comunicano certe cose, bisogna impiegare tutto il tempo che serve. Non si guarda l'orologio. Si chiude la porta. Si stacca il telefonino. Poi c'è la famiglia…».
Già, la famiglia. Chi resta.
«Si fa presto a dire: stacchiamo la spina. Ma l'ho detto anche alla signora Welby: il problema è dopo. Ha pensato a cosa le toccherà, dopo? Già una persona normale che perde qualcuno va avanti per anni a chiedersi se davvero ha fatto tutto il possibile. Ci si creano spesso sensi di colpa. Figuriamoci con l'eutanasia».
Per qualcuno sembra un gioco da ragazzi.
«S'è creato un brutto clima. Non si riflette più col rispetto che merita la questione. Favorevoli e contrari, tutti si schierano come davanti a una partita di calcio. Pochi si rendono conto che stanno parlando di temi terribili. Manca solo che ci chiamino al televoto… ».
Il solito problema nostro.
«Bisognerebbe, ogni sei mesi, organizzare visite guidate in certi reparti. Perché tutti quanti si capisca di che cosa stiamo parlando».
Che cosa la rammarica, di più, della vicenda Welby?
«Che non sono riuscito a parlargli. Io rispetto la sacralità del suo problema. Ma ugualmente gli direi che l'eutanasia non è un atto di libertà: resta un atto di morte, e basta. Vorrei dirgli anche, però, che sarei pronto a non abbandonarlo mai, fino alla fine. Un problema che in Italia si fatica a comprendere».
Sempre indietro, l'Italia.
«No, nella medicina no. Ma siamo grandi tecnici. Purtroppo, ancora non si insegna ai medici l'aspetto più delicato, soprattutto nelle fasi terminali: come stare accanto ai malati. Continuiamo a curare la malattia, non il malato».
Come finirà questa storia di Welby?
«Francamente, non lo so. Mi pare però che siamo entrati in un vortice senza ritorno. Siamo alla guerra di principio. E lui, in mezzo. Terribile».
Sarebbe pronto a ritornare da lui?
«Loro hanno il mio numero. Io non ho mai detto no a nessuno. Però devono anche sapere che per me l'eutanasia resta un atto disumano».
Pensa mai a Welby, in queste sere, prima di addormentarsi?
«Sempre».
Che cosa vede, guardando il soffitto?
«Quello che vedo sempre, da vent'anni. I suoi occhi e quelli di sua moglie. Spalancati sulla disperazione».