L’ex braccio destro di D’Alema prepara i portaborse del futuro

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

Esperti di Diritto costituzionale e prassi parlamentari, moderni lobbisti, smaliziati comunicatori. Non è più tempo di portaborse anonimi e sottomessi: la figura si evolve e va ripulita dagli stereotipi, spiega Claudio Velardi, che organizza un corso di formazione specifico e se la prende con i politici («tutti, il problema è trasversale») che non vogliono capirlo. Il master costa 3mila euro ed è un successo: ancora non si è conclusa la quinta edizione che già è pronta la sesta. Si parte tra un mese, si finisce giusto in tempo per l’inizio della nuova legislatura dopo 90 ore di lezioni teoriche e pratiche, stage ed esercitazioni sul campo.
Napoletano, 51 anni, dirigente politico del Pci fino al 1989, giornalista e braccio destro di Massimo D’Alema prima a Botteghe Oscure e poi a Palazzo Chigi in quella che definisce «la mia precedente vita», Velardi da cinque anni fa l’imprenditore. Editore del quotidiano Il Riformista, con altri due ex membri dello staff di D’Alema, Massimo Micucci e Antonio Napoli, ha fondato Reti, società di consulenza politica a vasto raggio. Reti ha partorito Running, che organizza l’attività di formazione.
Tra i corsi, Velardi ha pensato a quello di «consigliere del gruppo parlamentare» (cosmesi linguistica per il classico ma oltremodo screditato «portaborse»). E ne è orgoglioso: «Il 60 per cento dei ragazzi trova lavoro, anche solo mandando il curriculum a tutti i parlamentari. Alcuni, dopo un’esperienza con i politici, dove si guadagna troppo poco, poi finiscono in grandi aziende. Altri fanno carriera nelle istituzioni. I migliori li prendo a lavorare con me».
Velardi è stato il primo protagonista della mutazione antropologica del vecchio portaborse: per D’Alema curava i rapporti ai più alti livelli con industriali, manager pubblici, giornalisti, statisti stranieri, oltre a organnizzare lo staff. «Proprio per la mia esperienza, che racchiude figure diverse di cui i politici in Italia non sono abituati a servirsi, ho pensato di formare i giovani attraverso questo corso», spiega adesso.
Reazioni nel palazzo? Non facili, soprattutto all’inizio. Deputati e senatori preferivano ragazzotti scodinzolanti senza arte né parte, reclutati nel sottobosco dei partiti, anziché professionisti preparati e motivati. Velardi non se ne dà pace: «In Italia c’è troppo individualismo, manca ancora la cultura dello staff. I politici devono smetterla di considerare questi ragazzi come i vecchi portaborse, factotum buoni solo per tenere l’agenda o mandare comunicati stampa per ottenere uno spazio sui giornali. Noi formiamo professionisti, insegniamo a redigere un progetto di legge, a scrivere un emendamento e un’interrogazione parlamentare, a districarsi nella legge finanziaria».
Proprio per questo, tra i docenti del corso ci sono pochi volti noti: il sondaggista Nando Pagnoncelli e Irene Pivetti, ex presidente della Camera e ora conduttrice televisiva e responsabile istituzionale della società di Velardi. Per il resto, solo esperti sconosciuti al grande pubblico e nessun politico. «E cosa vuoi che insegnino i politici?», liquida il tema Velardi. «A noi interessano insegnanti che vadano alla sostanza, non racconti fumosi».
Quindi tanto diritto, molta tecnica legislativa, informatica per le ricerche normative. E poi materie come «organizzazione di una corrente o di un gruppo di interesse», «analisi dei dati elettorali», «realizzazione di un piano di comunicazione», «gestione del finanziamento della campagna elettorale», «relazioni con i mass media». E le lezioni di Velardi? «Ci sono, ci sono. L’argomento? Non impongo un tema. Preferisco rispondere alle domande dei ragazzi, che mi tempestano di curiosità. Soprattutto sulla mia precedente vita».
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it