L’ex cassintegrato Fiat cristiano valdese e appassionato di jazz

Ex operaio (e cassintegrato) Fiat, unico ministro di Rifondazione nel governo Prodi, più a sinistra di Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero si definisce «un comunista libertario».
Piemontese, 45 anni e due figli, cristiano valdese, racconta di sé: «Sono nato a Chiotti Superiori, un piccolo paese di montagna in Val Germanasca, nel cuore delle Valli. Mio padre era un operaio, poi divenuto caporeparto; mia madre prima è stata operaia tessile e poi casalinga. Famiglia valdese, naturalmente antifascista: a mia madre i tedeschi hanno bruciato la casa nei rastrellamenti del ’44. Ho cominciato a fare politica in Democrazia Proletaria a scuola; negli stessi anni frequentavo la Federazione giovanile evangelica italiana in cui mi sono formato». La Chiesa valdese, a differenza di quella cattolica, non riconosce gerarchie. «Da noi non ci sono né santi né papi», rivendica.
Obiettore di coscienza (servizio civile presso un centro ecumenico), operaio della Fiat dall’età di 18 anni, viene messo in cassa integrazione a zero ore quattro anni dopo. «Una cassa integrazione politica per colpire me e tutti i compagni del collettivo operaio che avevo organizzato», ricorda. Fonda una cooperativa forestale (tuttora in attività), riunisce in un comitato i cassaintegrati della zona di Pinerolo e consolida l’impegno sindacale nella Fiom-Cgil.
Bertinotti è ancora lontano: Ferrero milita in Democrazia Proletaria (formazione dell’estrema sinistra guidata da Mario Capanna) fino al 1996. Dopo l’adesione a Rifondazione. diventa segretario provinciale a Torino e per quattro anni consigliere comunale. Infine il grande salto nella politica nazionale. In pochi mesi prima eletto deputato, poi scelto per il governo.
Appassionato di musica (soprattuto jazz), suona pianoforte e chitarra. Amante della montagna, pratica l’alpinismo. Dopo il giuramento da ministro al Quirinale ha spiegato: «La mia non è una posizione scomoda. Difficile, sì. È come quando scalo una montagna: c’è il piacere della sfida, ma anche la paura di non farcela».