L’ex chierichetto di destra convertito da Micromega

Contrariamente al suo cognome che evoca le lacerazioni del dubbio, Marco Travaglio è un giornalista di granitiche certezze. Ne ha diverse che si riducono a una sola: i mali del mondo si sanano con la carcerazione che, in sciagurata assenza dei lavori forzati, si spera sia definitiva, ma è benvenuta anche se preventiva, successiva, accessoria o speciale. Il corollario è che Silvio Berlusconi, essendo il peggiore dei mali, sarà alla fine acciuffato dai giudici e terminerà al fresco i suoi giorni. Travaglio - pensa Travaglio - ha consacrato gli ultimi 15 anni e consacrerà i venturi per aiutare le toghe a conseguire l’obiettivo facendo da diligente ruota di scorta alle Eccellenze con articoli, libri, sermoni televisivi. Ora, si è dato perfino al cinematografo. Il giornalista compare infatti in Shooting Silvio, un cordiale film, attualmente nelle sale, in cui il protagonista, tale Kurtz, con l’ossessione del Cav, prima scrive un libro contro il tiranno, poi decide di ucciderlo. Nonostante le evidenti affinità - sia nell’odio cieco, sia nel mezzo usato per esprimerlo: il libro -, Travaglio non è Kurtz, ma solo una comparsa. Ruolo da quattro palanche, riscattato però dall'onore di rappresentare il simbolo vivente dell’antiberlusconismo militante.
Marco è un aitante giovanotto di 42 anni con un viso spiritualmente affilato e l’aspetto generale del cherubino. Quest’anno è apparso in Rai come compare del collega Michele Santoro nella trasmissione Anno Zero. Con tono gelido e sorriso di sufficienza, apriva la puntata declamando pensierini in forma di lettera, col piglio di un appello a reti unificate del presidente Putin, cui vagamente somiglia. In sala silenzio di tomba, sul video un trepidante Santoro ossigenato in attesa di chissà quali rivelazioni. Marco apriva le labbra ben disegnate e dava sfogo alle proprie idiosincrasie sull’Italia con l’aria dell’alieno capitato nel Paese sbagliato. Ha raggiunto il culmine con una lettera a Indro Montanelli nell’Aldilà. «Caro direttore... ora che sei in Paradiso, immagino che tu...» e così via, chiamando il defunto a testimone delle brutture di quaggiù: Berlusconi, Andreotti, Giuliano Ferrara, Papa Ratzinger, i preti pedofili, l’opposizione ai matrimoni gay. Montanelli ha taciuto come l’Apollo delfico e la Pizia-Travaglio gli ha messo in bocca quello che pareva a lui.
Vizio di Marco è, infatti, non dire mai ciò che pensa, trincerandosi dietro le opinioni di presunte autorità. Passi per Montanelli che gode di affetto diffuso, ma la massa delle intemerate travagliesche sono farina del sacco di discussi magistrati. Ciò che i giudici dicono è per Marco oro colato. Non sceglie, riporta. I suoi articoli e i suoi libri corposi - fino a 800 pagine - sono la trasposizione in italiano del gergo delle carte bollate. Questo amanuense delle Procure passa in cancelleria, fa incetta di documenti tribunalizi e li travasa, con un di più di bile, nei suoi innumerevoli scritti al ciclostile. «Copisteria giudiziaria», la definisce Filippo Facci, entomologo del travaglismo.
L’arte di Travaglio consiste nel riportare sentenze e requisitorie, cospargendole di malignità per mettere in cattiva luce chi odia e di sapienti omissioni per salvare chi ama. Se deve scrivere che sono state archiviate le inchieste sul Cav per le bombe del ’92 - una fantasiosa accusa per concorso in strage - dice: «Archiviate per scadenza dei termini, ma con motivazioni durissime». Quando però riferisce che il pm De Pasquale (pool milanese di Mani pulite) è stato assolto dall’accusa di avere indotto Gabriele Cagliari al suicidio per avergli promesso la scarcerazione, andando poi al mare e lasciandolo in galera, scrive: «È stato completamente scagionato da quei sospetti. Completamente» e tace che gli ispettori ministeriali hanno invece osservato: «...il De Pasquale ha tenuto comportamenti certamente discutibili... È mancata quella prudenza, misura, serietà che deve avere chi esercita il potere di incidere sulla libertà altrui».
Marco è uno molto sicuro di sé e non di rado spara con sicumera qualche fandonia. Celebre l’affermazione, contenuta in un suo libro, che relatore della legge che abrogò l’immunità parlamentare fosse Pierferdi Casini. Era invece Carlo Casini che, tra l’altro, è un magistrato, ma non del suo giro. L’errore, di cui Marco ha preso atto a parole, campeggia però anche nelle successive edizioni del volume. Travaglio nelle mille apparizioni tv di cui ci gratifica - corre ai talk show più disparati, dalla tv di Roccaperetola a quella di Cassino Scalo - ripete a pappagallo dati e circostanze che lì per lì nessuno può controllare ma che, passati al vaglio, rivelano spesso qualche trucco. Mancando di pensiero proprio, Travaglio ripete ciò che sente dire dai pm amici. Un tempo pendeva dalle labbra del procuratore di Torino, Marcello Maddalena. Oggi, da quelle del pm milanese Piercamillo Davigo. Inoltre, detesta i contraddittori. Una volta che doveva presentare un suo libro antiberlusconiano a Cortina col coautore, Peter Gomez, e i pm Caselli e Davigo, rifiutò di fare partecipare al dibattito sia pure una sola voce dissenziente, bocciando tutti i nomi proposti dagli organizzatori. «Che io sappia - spiegò irridente - quando Falcone veniva invitato a parlare di mafia nessuno gli chiedeva - in nome dell’equilibrio politico culturale - di portarsi dietro Michele Greco e Totò Riina». Come dire: io, Gomez e i due pm siamo la verità rivelata, chi non la pensa come noi è mafioso. Grottesco e ignobile, ma lui neanche se ne accorge.
La conversione al giustizialismo, avvenuta tra ’92 e ’94 con Tangentopoli, ha trasformato Travaglio. Da uomo di destra e corrispondente del Giornale, è passato alla stampa della sinistra forcaiola guadagnandosi il soprannome di «Manette». Collabora con Micromega del conte d’Arcais, più nota come «Eco delle Procure», l'Unità, l'Espresso, Repubblica, ha scritto per Left, vicina a Rifondazione. Sull'Unità, ai tempi del centrodestra, aveva una rubrica, «Bananas», in cui tracimava fiele contro il Cavalier Bellachioma. Oggi che c’è Prodi, continua a pigliarsela col Berlusca. All’epoca dei girotondi è stato animatore dei sanculotti a fianco di Nanni Moretti, il conte Flores, il geografo Pancho, il pugile Rizzo.
Travaglio, ormai, scimmiotta Travaglio. È prigioniero del suo personaggio e del benessere che gli ha procurato. Nel «dagli» al Cav ha trovato la gallina dalle uova d’oro. Ha schiere di tifosi e blog a lui intestati. I suoi libri, inzeppati di atti giudiziari, vanno a ruba. I giornali del giro se lo contendono. Scrive anche sul settimanale femminile «A» diretto da Maria Latella, biografa e confidente di Veronica Lario, moglie del Cav. Deliziose insensatezze. Nessuna paragonabile però alla portentosa giravolta compiuta da «Manette» nel corso degli anni.
Marco è un torinese di onesta famiglia dell’universo Fiat. Educato dai salesiani, ha debuttato a metà anni ’80 come cronista della rivista diocesana, Il nostro tempo. Direttore era Domenico Agasso, un liberale d’altri tempi che dava e pretendeva del lei. Marchino, poco più che ventenne, fungeva da caporedattore della piccola redazione, facendo i titoli e impaginando i «pezzi». Era già allora un portatore di certezze, ma opposte a quelle odierne. Spaziavano dall’anticomunismo, all’insofferenza verso buonismi e perdonismi sinistrorsi. In politica, sembrava stare a cavallo tra Msi e la Dc più conservatrice. Nelle guerre tra Berlusconi e l’ing. De Benedetti (caso Sme, ecc), si schierava col Cav. Nelle cose di Chiesa era tradizionalista e sostenitore della messa in latino. Era, insomma, un chierichetto della destra cattolica. Detestava i preti operai, i parroci rock, i missionari che si buttavano nel «sociale» anziché partire in missione. Si inventò un’inchiesta sull’Africa per mostrare che alla base delle sue tragedie c’erano i governi indigeni corrotti, non l’Occidente predatore della vulgata. Già allora documentatissimo, come oggi, accumulava ritagli di giornale e spulciava faldoni. Come oggi, era austero e astemio. Facendo lo spuntino al baretto sotto la redazione, mangiava tortellini bevendo chinotto. Amico di Giovanni Arpino, collaboratore del Giornale, lo tampinò finché non fu presentato a Montanelli. Così, divenne corrispondente in seconda del Giornale da Torino. Si occupava soprattutto di sport. Scrisse Lo stupidario del calcio, sbertucciando i cronisti sportivi.
Era, dunque, avviato a una serena carriera di giornalista rilassato, quando vennero Tangentopoli e la rottura tra Montanelli e Berlusconi. Marco seguì il direttore alla Voce e cominciò a odiare il Cav per interposto Indro. Giustizialista si scoprì invece abbeverandosi al giudice Maddalena, anche lui del giro montanelliano.
Ebbe successo e si innamorò di sé stesso. Tra i tanti narcisi del nostro mestiere divenne il Narciso capo. Ora, è la quintessenza del giornalista che si impanca.