L’ex compagno: «È fuggito dalla realtà»

L’ex militante dei Pac: «Nel ’77 eravamo una banda sanguinaria. Ma soltanto lui, scappando, è rimasto prigioniero del passato»

da Milano

Si conobbero in carcere, a Udine, nel 1977. E insieme parteciparono all’esperienza folle e sanguinaria dei Pac. Trent’anni dopo, Arrigo Cavallina guarda sgomento alla deriva di Cesare Battisti: «È rimasto prigioniero del proprio passato, non ha intrapreso come il sottoscritto un lento ma faticoso cammino di rientro nella società, fuggendo dal carcere è fuggito anche da se stesso». Dice proprio così Cavallina: «La cella per me fu un’esperienza terribile, durissima, ma così fui costretto a fare i conti con la realtà, lui no, è andato in giro per il mondo, ha trovato in Francia chi era disposto a credergli e piano piano è entrato nella parte del personaggio sempre più arrogante, lontano, lontanissimo dal prendere atto di quel che era accaduto».
Flashback: Udine 1977. Nel suo libro «La piccola tenda d’azzurro», Edizioni Ares, Cavallina scrive: «Battisti era un malavitosetto romano dall’intelligenza vivace, un senso dell’umorismo col quale mi trovavo spesso in sintonia, la voglia di uscire dalla sua condizione e cercare significati più profondi. Per sua disgrazia ha creduto di trovarli condividendo i miei orientamenti politici». Cavallina, classe 1945, figlio del primo violino dell’orchestra dell’Arena, si è formato nell’Autonomia e nel gruppo della rivista Rosso. Cavallina ha le idee chiare e calamita l’amico, di nove anni più giovane, verso la rivoluzione.
Nascono i Pac, i Proletari armati per il comunismo: «Non eravano un’organizzazione con un capo riconosciuto e ben strutturata, eravamo in verità un’accozzaglia di trenta persone o giù di lì fra Milano, Padova, Verona. E siamo stati nel nostro piccolo la banda più sanguinaria nella storia del terrorismo. Forse perché prendemmo quella stagione per la coda, cominciammo a colpire dopo il delitto Moro, quando ormai anche le Br e Prima linea cominciavano a sparare, se così posso dire, nel mucchio».
Il primo delitto è a Udine il 6 giugno 1978: cade l’agente di custodia Antonio Santoro. «Poi io cominciai a nutrire dubbi sempre più forti: intuivo confusamente che ci muovevamo dentro un delirio, iniziai a frenare. A febbraio ’79 fummo informati che alcuni di noi stavano progettando l’assassinio dell’orefice Pierluigi Torregiani e del macellaio Lino Sabbadin. Cercammo un incontro per fermare quei piani sconsiderati, ma non ci riuscimmo. Battisti si era legato ai milanesi della Barona, quelli che volevano andare avanti e alzavano la posta in gioco». Il 16 febbraio i due commercianti, colpevoli di aver risposto al fuoco dei rapinatori, vennero ammazzati. Pochi giorni prima, a Milano, Prima linea uccise il giudice Emilio Alessandrini, a Genova le Brigate rosse ammazzarono l’operaio Guido Rossa. L’Italia diventò un insensato mattatoio.
«La nostra storia si esaurì in fretta. Fummo arrestati tutti o quasi. Ritrovai Battisti in carcere un’altra volta: doveva essere il 1980. Non ne poteva più, aveva capito che l’epoca della lotta armata era tramontata. Era avanti, più avanti di adesso».
Poi, i destini dei due si dividono: «Io scontai la mia pena, lui scappò. E credo che a quel punto si sia adeguato alla situazione in cui si è trovato. Non ha più cercato la verità, ha provato a limitare i danni, a non rispondere alle domande che ci portavamo dentro. Battisti ha iniziato a contestare il sistema giudiziario italiano, ha cercato alleanze in Francia, ha illuso e si è illuso di aver trovato solidarietà. Una sorta di viaggio onirico».
Nel 1993 Cavallina esce dal carcere e rientra nel mondo dalla porta di servizio del volontariato. Battisti vive a Parigi ed è uno stimato scrittore di noir. Sembra aver vinto la sua sfida: non è più un bulletto, ma un simbolo coccolato dalla gauche. Domenica le parti s’invertono sulla spiaggia di Capocabana.