L’ex consigliere di D’Alema ai Ds: «Siamo capaci solo di distruggere»

Nell’«Anno che doveva cambiare l’Italia» Velardi scrive il diario dell’ultima campagna elettorale e fa a pezzi la Quercia

Nel suo ufficio ha appeso un gigantesco quadro di Lenin; ma quando scrive, Claudio Velardi, usa la sciabola. Definisce «la più grande delle fesserie» quella secondo cui esistono capitalisti buoni (naturalmente di sinistra) e cattivi (di destra). «Le leggi del capitalismo sono aride e spietate. E ci sono gli uomini: legni storti, li definiva il filosofo, come tutti noi». Giudizi duri in totale antitesi con la retorica della sinistra che pretende di essere più giusta e più umana. Velardi - già consigliere di D’Alema, poi editore, ma soprattutto buon esperto di comunicazione - ha la saggezza di non rinnegare le proprie origini comuniste, ma al contempo ha l’audacia di battersi per un riformismo moderno e anglosassone. E soprattutto può permettersi il lusso della sincerità. Il suo saggio L’anno che doveva cambiare l’Italia, Arnoldo Mondadori Editore (238 pp), è un impietoso diario dell’ultima campagna elettorale, vissuta nel ventre dell’Unione. Il libro piacerà molto di più ai lettori di destra che a quelli di sinistra, perché viola più di un tabù, evidenziando le disillusioni e le tante incogruenze della coalizione costruita attorno a Prodi.
Anche i passaggi sul Cavaliere sono senza dubbio originali: Berlusconi era e resta un rivale. Ma l’ex editore del Riformista, da vero esperto di marketing elettorale, non nasconde l’ammirazione per le sue strategie comunicative, smontando il mito secondo cui la popolarità di Berlusconi fosse da attribuire eslcusivamente al controllo delle reti tv. Il leader della Casa delle libertà «la materia la conosce» e «sa cambiare in corso d’opera», mentre «i Ds, questa è la verità, non hanno una loro cifra comunicativa», perché «nonostante la storica passione - e competenza - degli apparati del partito per quella che un tempo veniva chiamata stampa e propaganda», la comunicazione «ha sempre funzionato contro qualcuno» e «ora che va fatta “per”, i messaggi diventano slavati, anodini, non hanno forza».
Sentenze impietose, che emergono anche in altre pagine. Secondo Velardi, quello dei Democratici di sinistra è un partito in eterno imbarazzo con se stesso, che «si fa mandare in tilt dal caso Unipol», dimostrandosi «incapace sia di dire la verità che di mentire». Di Fassino evidenzia il provincialismo, di D’Alema l’inutile saccenza (sempre «a petto in fuori», ma infine trombato). Punzecchia Veltroni, ribattezzandolo «Walter l’Africano», ma tra i leader è l’unico che salva. Anzi che stima, rammaricandosi che sia rimasto alla finestra.
Altre bordate: le primarie dell’Unione? «Finte e pericolose, tagliate su misura per le nomenklature dei partiti». La campagna sulle tasse? «È l’espressione di una cultura fiscale da far paura». I sondaggisti? «Membri di un cartello. Se qualcuno dei politici intravede dati un po’ anomali fa un giro di telefonate e i numeri si aggiustano».
La chiusura è impietosa. Claudio Velardi denuncia l’incapacità della sinistra di toccare le sensibilità più profonde di buona parte del Paese, mettendo anche se stesso sul banco degli imputati, peraltro con grande onestà. In fondo neanche lui, comunicatore e modernista, è riuscito a capire davvero l’Italia. E dunque l’Unione deve «ripartire dalle fondamenta. Dalle analisi sociali e dai suoi strumenti». Con umiltà, perché «chi non sa leggere la società non sa nemmeno parlarle». Ma con una certezza: «La sinistra italiana non può continuare a pensare di infilare il mondo nei propri vestiti».
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