L’ex guardia rossa fa a pezzi il «Libretto»

Diciamolo finalmente: per anni, molti anni, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, prima, durante e dopo la cosiddetta «rivoluzione culturale» che fu presentata in Occidente come la grande avventura epica di un popolo desideroso di libertà, siamo stati suggestionati e invasi dal mito di Mao Tse-Tung.
Cominciò Malaparte, tornato malato dalla Cina. Vi contribuirono in tanti personaggi della nostra cultura (ne citiamo alcuni: Parise, Maciocchi, Fortini) che della Cina videro poco o niente e ne costruirono un’immagine ad uso e consumo dei loro reportage. Ci facemmo influenzare, quasi subornare, da «Stella Rossa sulla Cina» di Edgar Snow, il giornalista americano che Mao aveva arruolato perché diffondesse il suo mito; lo stesso grande Malraux ci mise del suo per l’esaltazione del dittatore cinese, e perfino Nixon, che fu il primo «grande» d’Occidente a rendergli omaggio a Pechino nel quadro di un’intelligente operazione di politica internazionale ideata e preparata da Kissinger.
Chi di noi non conserva nella sua biblioteca il famoso «Libretto Rosso»? E chi non s’è lasciato affascinare dalla storia della Lunga Marcia di Mao, impresa celebrata su tutti i giornali dell’Occidente? È giunta finalmente la demolizione di tutta questa storia artefatta. Il mito è a pezzi. Ci ha pensato, dopo dodici anni di ricerche severe, testimoniate da una straordinaria ricchezza di fondi (ben 84 pagine in corpo tipografico minuto, in un libro di quasi mille pagine) un’ex «guardia rossa», che oggi ha 53 anni, coadiuvata nella ricerca dal marito, 66 anni, storico irlandese anch’egli a suo tempo maoista, collaboratore in Italia di Quaderni piacentini, una rivista non certo di destra.
L’opera è di Jung Chang, cinese, alla quale a 26 anni, dopo tribolazioni dolorose, per lei e la sua famiglia, capitò fortunosamente di poter studiare in Gran Bretagna, dove si laureò e attualmente vive col marito, Jan Malliday. Il libro Mao, la storia sconosciuta è ormai la più documentata e autorevole biografia del leader cinese. Diventata cittadina britannica, Chang è tornata più volte in Cina, con lunghi soggiorni, raccogliendo una messe di testimonianze, mentre il marito è stato a lungo in Russia, dove ha consultato migliaia di pagine negli archivi sovietici. Ne è venuto un dossier colossale, che smonta pezzo per mezzo la leggenda di Mao, dalla nascita (1893) alla morte (1976). È il ritratto di un dittatore spietato, che «esercitò - cito l’inizio del volume - per decenni il potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale e si rese responsabile della morte di oltre settanta milioni di persone, più di qualsiasi altro leader del Ventesimo secolo».
Nel libro c’è anche il Mao privato, protagonista di miserie e nefandezze indicibili, con la sua ambiguità, doppiezza, le sue furberie spregevoli. Persino la Lunga Marcia, che servì, soprattutto con le descrizioni di Edgar Snow, a fare di Mao il protagonista di un’eroica epopea, fu una grande frode. In realtà, fu Chang Kai-Shek a favorire la fuga dell’esercito comunista verso l’altopiano di Loess, nella Cina nordoccidentale, territorio sicuro perché confina con la Russia, dalla quale giunsero armi, soldi e viveri. La grande traversata Mao la fece in portantina, come i grandi mandarini dell’Impero dei Ming. Chang fu lasciato solo nella guerra contro i giapponesi, fino a indebolirsi enormemente, sicché Mao si ritrovò con un gigantesco esercito, col quale nel 1949 entrò a Pechino, dove il primo ottobre salì in cima alla torre di Tienanmen e proclamò la Repubblica popolare cinese.
Fernando Mezzetti, giornalista che ha vissuto alcuni anni in Cina e al quale si devono alcuni tra i migliori libri sull’ultimo Mao e i suoi successori, in particolare Deng Xiaoping, in un suo recente scritto su 24Ore ha reso noto un documento del partito comunista cinese del 1981, in cui si afferma: «Gli errori teorici e pratici di Mao divennero sempre più seri, il suo arbitrio personale minò il centralismo democratico, il culto della personalità si sviluppò in modo grave... La rivoluzione culturale non fu né rivoluzione né progresso sociale e ha causato un’immensa catastrofe al partito, allo Stato, al popolo».