L’ex guru ascetico pronto per la Dandini

Non c’è più sfida al raziocinio, qui. La canzone criptica «X = a (sen. *t) x2 = a (sen. wt + y)», stupiva nell’album Fenomenologia, era il 1971. Adesso che è uscito il cd Inneres Auge c’è poco da interpretare: «Uno dice che male c’è a organizzare feste private con belle ragazze per allietare primari e servitori dello Stato? Non ci siamo capiti: e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti?». Franco Battiato è sceso dal tappeto volante e ha scelto dove accomodarsi in terra.
Cantava: «Non sono per il martello né per la falce né tantomeno per la fiamma tricolore, perché sono un musicista». Ecco, non vale più ed è lui stesso a dirlo. A Marco Travaglio, era il 30 ottobre scorso e il suo ultimo disco era in piena fase promozionale, fra un’esclusiva a Repubblica e una a XL Repubblica, a proposito di scelte di campo. «C’è una gran quantità di personaggi di questa maggioranza che sento estranei a me ed è mio diritto di cittadino dirlo: non li stimo, non li rispetto per quel che dicono e sono» spiegava «lo sciamano della canzone d’autore» al giornalista più antiberlusconiano fra gli antiberlusconiani. L’idea di puntare il suo «terzo occhio» sulle miserie terrene gli è venuta quest’estate, «con lo scandalo di Bari, delle prostitute a casa del premier». Un asceta non ha bisogno di prove, un asceta semplicemente sa. E allora eccola, la sentenza-Battiato: «Corruzione» e «infantilismo patologico di un uomo attempato», e sia chiaro che «non c’è solo il premier», qui è «tutta la banda» che bisogna detestare: «I cloni, i servi, i killer alla Borgia col veleno nell’anello».
Ridatecelo, devono aver pensato i suoi fan. Ridateci il «maestro» che la realtà la osservava da una dimensione metafisica, gli dedicarono un asteroide nel 1997 e nessuno se ne stupì. Ridateci il cielo di Baghdad in una notte di note nel dicembre del 1992. E poi l’idiosincrasia per i luoghi comuni e la ricerca trascendentale e l’esoterismo e la spiritualità. In fondo lo aveva già fatto e così bene, di criticare il potere da quella posizione, con le gambe incrociate sul suo tappeto da meditazione, «povera patria schiacciata dagli abusi di potere» cantava nel 1992 anticipando Tangentopoli e le stragi di mafia, ma c’era stato anche «Il ballo del potere», e prima «Bandiera bianca». Grida di indignazione contro un sistema di piccolezze, «cambierà, no non cambierà», un no alla resa ai simulacri della cultura contemporanea, una presa di distanze indignata da un magma che in lui aveva un corpo estraneo. E invece eccolo, rispondere a un divertito e compiacente Travaglio che chissenefrega se i suoi fan che hanno votato Berlusconi se ne avranno a male, anzi, meglio: «Mi farebbe un gran piacere». Del resto l’antiberlusconismo paga, si sa. Nel senso che vende, le copie del Fatto Quotidiano o un disco, che differenza c’è in fondo, «un brano molto riuscito può scatenare influenze esponenziali» avverte Battiato. E allora che sia.
Non è la prima volta, che il guru della musica sperimentale e dell’avanguardia colta e delle incursioni dall’opera lirica al rock progressivo decide di abbassarsi al livello commerciale: «La voce del padrone», con brani come Cuccurucucù e Cerco un centro di gravità permanente, era destinato al grande pubblico e infatti piazzò oltre un milione di copie, restando in cima alla classifica per diciotto settimane. Eppure mai nessuno se lo sarebbe immaginato ripiegare il tappeto per sedersi, tanto per dire, sul divano rosso della Dandini.
Sul ponte sventola bandiera bianca.