L’ex leader di An imiti Saragat che lasciò il posto

Può apparire una provocazione quella di porre a confronto due vicende politiche, quella odierna di Fini e quella di Saragat, leader dei socialisti riformisti e fondatore del Psli, poi divenuto Psdi, così lontane nel tempo e collocate in contesti storici poco o per nulla equiparabili; ma da alcuni recentemente si sono fatte notare le antitetiche conclusioni che Saragat e Fini hanno tratto sulla loro permanenza nella carica di presidenti della Camera (allora Assemblea costituente, oggi Camera dei deputati).
Infatti Saragat, a sole ventiquattr’ore dalla scissione di Palazzo Barberini e dalla nascita del Psli, poi Psdi, presentò le dimissioni da presidente dell’Assemblea costituente, dimissioni prima respinte per ragioni di fair play, quindi confermate e definitivamente accettate. Sessantatre anni fa parve del tutto naturale, in quanto conforme ad un’etica politica che oggi sembra a molti sfuggire, che un leader quale Saragat, all’indomani di una scelta netta e dolorosa sul piano ideologico che pochi mesi dopo si tradurrà in una scelta di campo altrettanto netta con la costituzione del quarto governo De Gasperi, intendesse prevenire qualsiasi confusione tra ruolo istituzionale e leadership di partito. Mi preme ricordare che la nascita della formazione socialdemocratica rese possibile alle forze politiche moderate, contrarie a qualsiasi totalitarismo e favorevoli ad una definitiva integrazione dell’Italia fra le democrazie occidentali, di affrancarsi dall’ipoteca della sinistra massimalista rappresentata dal fronte popolare, e di dare vita ad una maggioranza centrista che ha guidato il nostro Paese spesso tra mille difficoltà ma senza tentennamenti né ambiguità. Sembrò allora a Saragat, al suo neonato partito ed a tutto l’arco politico (fronte popolare compreso) assolutamente ovvio che il presidente dell’Assemblea costituente (che svolgeva anche l’attività di Camera politico-legislativa) riconsegnasse a coloro che lo avevano scelto (e cioè a tutte le componenti del Cln rappresentate in parlamento) e quindi anche e soprattutto a quelli di cui fino a pochi mesi prima Saragat costituiva una costola, la prestigiosa carica istituzionale. Così operando il leader socialdemocratico intendeva sottrarre alla polemica politica che di lì a poco avrebbe surriscaldato i lavori parlamentari la propria carica istituzionale: era infatti del tutto prevedibile che ad un presidente di assemblea sarebbe stato contestato di ricoprire la carica come uomo di parte, con conseguente indebolimento ed appannamento dell’immagine di terzietà che invece avrebbe dovuto offrire in ogni circostanza. Quindi un indubbio sacrificio di ruolo e di prestigio, ritenuto necessario per compiere un’operazione politica della quale tutto il Paese non può che essergli grato in quanto liberò per sempre la nostra democrazia dall’ipoteca comunista.
Molta acqua è passata sotto i ponti; il fantasma comunista, convitato di pietra delle istituzioni repubblicane fino al 1989, si è dissolto, o meglio, ha assunto nuovi connotati come ci insegnano le vicende di questi ultimi vent’anni che hanno visto rinnovarsi l’offensiva, anche con inaudita violenza, contro i valori ed i principi del mondo occidentale. Oggi, come ieri, la vera grande difesa dei sistemi democratici riposa essenzialmente nel consenso di cui godono le loro istituzioni, ed il consenso poggia sulla diffusa consapevolezza dei cittadini di essere rappresentati a livello di parlamento e di governo e di poter fare affidamento su una politica di governo congrua ed efficace, all’altezza dei tempi e delle situazioni. L’Italia che ha vissuto con sofferenza i primi cinquant’anni di storia democratica, sembra avviata a dotarsi di un sistema di governo all’altezza dei tempi, che eviti il ritorno ad un passato fatto di ambiguità e di scelte consociative. Questo sistema contempla che le cariche di alto profilo istituzionale, sebbene scelte dalla maggioranza parlamentare, svolgano con imparzialità il ruolo di garanzia degli equilibri costituzionali, senza sposare l’una o l’altra causa ma assicurando insieme lo svolgimento delle funzioni di governo con quelle di opposizione. Essere capo di un partito o di una corrente di partito (le situazioni sono equivalenti) è incompatibile con il ruolo di presidente di una o dell’altra Camera, potendosi verificare (ma in concreto è già purtroppo avvenuto negli ultimi mesi) che le scelte presidenziali siano viziate da un interesse particolare, ancorché politico, che mal si conciliano con la funzione istituzionale. Con l’aggravante per Fini che la scelta di Saragat, eticamente ineccepibile ed antitetica a quella finiana, nasceva da un progetto politico di altissimo profilo mentre quella dell’attuale presidente della Camera rischia di farci ripiombare nel più vieto sistema partitocratico e correntizio che ai partiti (ed alle loro correnti) consente di disporre del voto ricevuto dagli elettori a proprio piacimento. Il leader socialdemocratico ha corrisposto in pieno alle richieste del suo tempo, Fini rischia di mettere indietro le lancette dell’orologio della politica e del nostro sistema istituzionale.
*Presidente della Commissione bicamerale per la semplificazione