L’ex magnate della Yukos ai lavori forzati in Siberia

Khodorkovsky trasferito prima che potesse candidarsi come deputato e avere l’immunità

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Il finale (ammesso che sia proprio il finale) è di quelli di una volta, scritti, anzi intagliati nella storia russa: Mikhail Khodorkovski è finito in Siberia. In conseguenza di una condanna per «frode fiscale» di qualche mese fa e dopo essere «scomparso» per qualche tempo in qualche prigione, anche se nessuno sapeva dove, neppure la moglie. Adesso è arrivato l’annuncio: Krasnokamensk, molto, molto a est degli Urali. L’ex magnate del petrolio, proprietario della Yukos, ci rimarrà otto anni. È stato condannato a nove, ma uno l’ha già trascorso nelle delizie del carcere preventivo (non capita solo in Russia, per la verità).
Comincia ora per lui la detenzione seria, «in un’ala della colonia penale AG10/14» di Chita. Lo ha detto il responsabile del Dipartimento penitenziale della Siberia, Alxander Pleshakov, che ha anche precisato che a Khodorkovski verrà «assegnato un lavoro». In altri tempi, con altri regimi si parlava di «lavori forzati» e i «dipartimenti penitenziali» facevano parte di un’amministrazione generale la cui sigla era Gulag. Ma non dobbiamo lasciarci trascinare dalle consonanze più o meno sonore: anche in Russia due cose dai nomi simili possono essere molto diverse nella sostanza e due nomi molto differenti ricoprire la medesima realtà. Nella storia di Mikhail Khodorkovski si sono sempre intrecciate trame molto varie, dall’affarismo spregiudicato degli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione Sovietica, che resteranno ormai negli annali come quelli della Russia democratica, ma anche quelli dei «baroni ladroni», ma mescolate con le manovre politiche e il sospetto (forse più di un sospetto) di una persecuzione contro un magnate che non aveva saputo o voluto adattarsi alla «svolta» fra la Russia di Eltsin e quella di Putin, con la relativa «normalizzazione». Per una ragione o per l’altra, o magari per entrambe, la magistratura (non si sa quanto indipendente dalle autorità politiche e dunque quanto distaccata dalle tradizioni russe) ha avuto la mano pesante e così, o ancor di più, l’apparato amministrativo: nei confronti di Khodorkovski e, forse ancor più, del suo socio nella Yukos, Platon Lebedev, che dovrà passare anch’egli otto anni in Siberia, ma in una sua regione ancora più fredda e, si deve presumere, più scomoda e più punitiva: a Yamalo-Nenetsk, tanto lontana da Mosca (2300 chilometri) e tanto vicina all’Oceano Artico: al punto che lo stemma della provincia si compone di due orsi e di un cervo, attorno ai quali si immaginano distese immense di tundra e di taiga, ma dove sorgono da qualche tempo anche gli impianti per l’estrazione di gas naturale. Date la professione di Lebedev, sarà un supplizio di Tantalo.
Ma l’attenzione è sempre concentrata su Khodorkovski, e con buoni motivi, dal momento che, se la sentenza era nota, l’annuncio del luogo in cui egli dovrà scontare la pena è giunto anticipato rispetto alle previsioni e alle abitudini della burocrazia carceraria russa. E nessuno può esimersi, in questo caso, dal pensare a motivazioni politiche. L’ex «re del petrolio» aveva infatti trovato nei giorni scorsi una scappatoia per uscire ben presto dal carcere: una candidatura alla Duma in un collegio ben scelto che gli avrebbe portato, con l’elezione, l’immunità parlamentare. Il suo improvvisato ufficio elettorale non aveva ancora resa nota la scelta del collegio, ma difficilmente si sarà trattato di quello di Krasnokamensk.
Un ostacolo, ma anche qualcosa di più: un monito. Una residenza forzata potrebbe essere ora nel futuro di un uomo quasi altrettanto noto, Mikhail Kasyanov che fino al febbraio dell’anno scorso era il primo ministro, evidentemente nominato dal presidente Putin. Poi Kasyanov cominciò a parlare di una Russia che stava «sbagliando strada» e lasciò intendere che, al fine di correggere la rotta, avrebbe potuto candidarsi alle presidenziali nel 2008, contro Putin. Poche settimane, ed ecco che si è aperta un’inchiesta contro di lui, naturalmente per «corruzione». Non è ancora in corso un procedimento penale, ma il «messaggio» ha raggiunto il bersaglio della candidatura non si parla più.